don Guido Carafa e papa Leone

Che fine faranno i nostri affetti? Perché la storia di Maria è l’antidoto alle nostre paure

La solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria ci pone davanti a un mistero che, a prima vista, potrebbe sembrarci lontanissimo dalla concretezza della nostra vita e, invece, tocca il punto più profondo della nostra esistenza: che cosa ne sarà dell’uomo, che cosa ne sarà della nostra carne, della nostra storia, dei nostri affetti, delle nostre fatiche, delle nostre speranze, quando il tempo avrà compiuto il suo corso? La Chiesa oggi non ci offre una risposta teorica, né ci invita semplicemente a contemplare un privilegio singolare concesso a Maria; ci mostra una persona concreta, una donna appartenuta alla nostra stessa umanità, che già vive nella pienezza verso la quale tutta la creazione è incamminata. Maria è assunta in corpo e anima nella gloria del cielo. In lei, dunque, il futuro dell’uomo è già diventato presente; in lei ciò che attendiamo nella fede è già compiuto; in lei possiamo contemplare il destino al quale Dio chiama ogni sua creatura. L’Assunzione ci dice che Dio non salva l’uomo liberandolo dalla sua umanità, quasi che il corpo fosse una prigione dalla quale l’anima dovesse finalmente evadere; Dio salva l’uomo nella sua interezza, perché il corpo appartiene alla verità della persona, la storia appartiene alla verità della persona, l’amore vissuto nella carne appartiene alla verità della persona. Per questo la fede cristiana non attende una sopravvivenza vaga e indistinta, ma proclama la risurrezione della carne: ciò che Dio ha creato, ciò che Dio ha amato, ciò che Dio ha assunto nella storia della salvezza, non è destinato al nulla. E allora, guardando Maria, possiamo comprendere qualcosa che cambia anche il nostro modo di guardare il cielo. Il cielo non è più per noi una sfera lontana, sconosciuta, quasi un luogo senza volto verso il quale tendiamo soltanto con un atto di immaginazione. Nel cielo abbiamo una Madre. Colei che ha percorso la strada della fede prima di noi è già giunta alla meta; colei che ha conosciuto la gioia e il dolore, l’attesa e la prova, il silenzio di Dio e la sua manifestazione, è ora presso il Figlio nella gloria. E proprio perché è in Dio, non è lontana da noi: partecipa della vicinanza stessa di Dio, può accompagnare la Chiesa nel suo pellegrinaggio, può raccogliere le nostre preghiere, può custodire la nostra speranza. Per comprendere questo mistero, vorrei lasciarmi guidare da tre parole che attraversano la vita di Maria e che possono diventare anche le parole della nostra vita: ASCOLTO, MAGNIFICAT, SPERANZA.

I. ASCOLTO: quando la Parola trova una casa

Se cerchiamo il principio della grandezza di Maria, dobbiamo tornare a Nazaret, a quell’istante apparentemente piccolo nel quale una giovane donna riceve una parola che sconvolge la misura ordinaria della sua esistenza. Maria non diventa Madre di Dio perché possiede una forza particolare, perché comprende in anticipo il disegno divino o perché dispone di una qualche forma di potere; ella diventa Madre perché ascolta, accoglie e si affida. La sua grandezza comincia là dove una creatura riconosce che la propria vita non è chiusa dentro i confini delle proprie possibilità, ma può diventare spazio per l’impossibile di Dio. L’Annunciazione può essere contemplata come una sorta di Pentecoste personale: la Parola entra nell’orecchio di Maria, raggiunge il suo cuore e, per opera dello Spirito Santo, sboccia nel suo grembo. La Parola non rimane parola; diventa carne. Il Verbo eterno del Padre entra nella storia attraverso l’ascolto obbediente di una creatura. È un mistero che ci rivela qualcosa di essenziale sul modo con cui Dio opera: Dio non si impone, Dio si offre; non occupa con la forza uno spazio, ma chiede di essere accolto. Per questo la risposta di Maria è così semplice e, nello stesso tempo, così vertiginosa:

«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

In queste parole vi è la forma fondamentale della fede. Maria non dice di aver capito tutto; non pretende di possedere la mappa dell’avvenire; non chiede che le siano risparmiate le prove che verranno. Dice soltanto: «Avvenga per me secondo la tua parola». La fede, infatti, non è il possesso anticipato di tutte le risposte, ma l’affidamento della propria vita a una Parola che riconosciamo più vera delle nostre paure e più grande delle nostre possibilità. Per questo Elisabetta, illuminata dallo Spirito, non proclama beata Maria semplicemente perché è diventata madre, ma perché ha creduto: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». È la fede che apre in Maria lo spazio della salvezza; è la fede che le permette di camminare quando ancora non vede; è la fede che le consente di custodire nel cuore ciò che non comprende e di continuare a fidarsi quando gli eventi sembrano contraddire la promessa. La strada di Maria, infatti, non è una strada priva di oscurità. La sua è una fede che attraversa la penombra. Ella riceve la promessa dell’angelo e subito incontra la fatica della storia; accoglie il Figlio di Dio e lo depone in una mangiatoia; canta la grandezza dell’Onnipotente e deve fuggire in Egitto; ascolta la profezia di Simeone e comprende che una spada attraverserà la sua anima; cerca il Figlio smarrito e deve accettare una parola che non comprende pienamente; infine rimane ai piedi della croce, là dove ogni evidenza umana sembra dichiarare fallita la promessa ricevuta. Eppure, Maria rimane. Questa è forse una delle forme più alte della fede: rimanere davanti a Dio anche quando non si comprende Dio. Non perché la fede renda inutile la domanda, ma perché impedisce alla domanda di trasformarsi in disperazione; non perché elimini il mistero, ma perché ci insegna ad abitare il mistero nella fiducia. Ed è qui che comprendiamo perché il Magnificat di Maria sia così profondamente impregnato della Sacra Scrittura. Maria non improvvisa una parola religiosa per interpretare ciò che le è accaduto; riconosce la propria storia dentro la grande storia di Dio. La sua memoria è abitata dalla memoria di Israele. Le parole di Abramo, dell’Esodo, dei Salmi, dei profeti, diventano in lei parole vive. Ella è, per così dire, a casa nella Parola di Dio. Il suo canto è originale e, nello stesso tempo, interamente intessuto di ciò che Dio ha già detto al suo popolo. Questo significa che Maria non pretende di cominciare la storia da se stessa: riconosce di essere dentro una storia più grande. La sua vita acquista senso perché viene letta alla luce delle promesse di Dio. È questa una grande lezione per noi, forse particolarmente necessaria nel nostro tempo. Noi rischiamo continuamente di interpretare la nostra esistenza soltanto a partire da ciò che ci accade: se le cose vanno bene, pensiamo che la vita abbia senso; se vanno male, ci sembra che il senso sia scomparso. Maria ci insegna invece a leggere la realtà a partire dalla fedeltà di Dio. Non sono gli eventi, da soli, a dire chi siamo; è la Parola di Dio che ci rivela ciò che siamo davanti a Lui. Chi impara a pensare con Dio, infatti, impara a pensare diversamente. Non perché perda il contatto con la realtà, ma perché finalmente la vede nella sua profondità. Il dolore rimane dolore, ma non è più necessariamente assurdo; la fragilità rimane fragilità, ma non è più una condanna; la morte rimane una ferita, ma non è più l’orizzonte ultimo. La Parola apre la realtà dall’interno e ci permette di intravedere ciò che ancora non vediamo pienamente. Sant’Ambrogio, commentando la figura di Maria, arriva a dire che ella, attraverso la fede, «concepisce e genera il Verbo di Dio». Non si tratta soltanto di una bella immagine riferita alla maternità fisica di Maria; vi è una verità che riguarda ogni credente. La Parola di Dio è veramente accolta quando non rimane soltanto ascoltata, ma quando prende forma nella nostra vita, nelle nostre scelte, nei nostri gesti, nel nostro modo di amare. La domanda allora diventa inevitabile: che cosa trova Dio quando entra nella nostra vita?

Trova uno spazio già occupato dalle nostre certezze, dalle nostre paure, dai nostri progetti, oppure trova un cuore capace di dire, come Maria: «Avvenga per me secondo la tua parola»? L’Assunzione ci invita anzitutto a questo: a diventare, come Maria, una casa della Parola. Perché una vita che ascolta Dio diventa progressivamente una vita nella quale Dio può compiere le sue opere.

I. MAGNIFICAT: quando Dio diventa grande, l’uomo ritrova la propria grandezza

Maria, dopo aver accolto la Parola, va incontro a Elisabetta e, riconosciuta come beata perché ha creduto, non si ferma a contemplare se stessa. La sua risposta è un canto che porta immediatamente lo sguardo verso Dio: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». È significativo che Maria non dica: “La mia anima magnifica me stessa”. Non contempla il proprio privilegio come un possesso da esibire; riconosce che tutto ciò che è diventata è frutto di una grazia ricevuta. La sua grandezza consiste proprio nel non considerarsi il centro della storia. Maria è grande perché lascia che Dio sia grande. Ed è qui che il Magnificat entra nel cuore di una delle questioni più decisive dell’esistenza umana: Dio e l’uomo sono davvero concorrenti?

La tentazione del peccato originale nasce da un sospetto: che Dio sia troppo grande e che, se Dio occupa troppo spazio, all’uomo ne rimanga troppo poco. È il sospetto che ha attraversato la storia dell’umanità e che, in forme nuove, ha segnato anche la modernità: per essere veramente libero, l’uomo dovrebbe liberarsi da Dio; per essere veramente autonomo, dovrebbe mettere da parte ogni parola ricevuta; per essere veramente adulto, dovrebbe smettere di riconoscere un’origine e un fondamento che lo precedono. Ma questa promessa di autonomia assoluta nasconde una contraddizione. Perché l’uomo che pretende di essere misura ultima di se stesso finisce per non sapere più da dove provenga la propria dignità. Se Dio scompare, l’uomo non diventa necessariamente più grande: rischia di diventare semplicemente ciò che gli altri decidono che egli sia, un prodotto dell’evoluzione, un elemento della società, una funzione dell’economia, un oggetto della tecnica, qualcosa che può essere utilizzato quando serve e abbandonato quando non serve più.

Maria, con il suo Magnificat, annuncia una verità completamente diversa: Dio non è il concorrente dell’uomo; Dio è la condizione della sua vera grandezza. «L’anima mia magnifica il Signore». Maria non ha paura di Dio. Non ha paura che Dio, entrando nella sua vita, le tolga qualcosa. Al contrario, sa che quanto più Dio è presente, tanto più l’uomo può diventare veramente se stesso. La grazia non distrugge la natura; la porta alla sua pienezza. La presenza di Dio non restringe lo spazio dell’uomo; lo dilata. È questa, in fondo, la tragedia del figlio prodigo. Egli pensa che la casa del padre sia il luogo della dipendenza e che la lontananza sia il luogo della libertà. Chiede la sua parte, parte per un paese lontano e finalmente si accorge che l’autonomia assoluta non produce libertà, ma solitudine e schiavitù. Quando ritorna, comprende che la casa dalla quale voleva liberarsi era precisamente il luogo nel quale poteva essere veramente figlio. Il Vangelo ci mostra così una verità che il Magnificat canta in modo luminoso: l’uomo non diventa grande quando si separa dalla sorgente della propria vita, ma quando ritorna ad essa. Maria lo sa. Per questo può dire: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente». La sua umiltà non consiste nel pensare di non valere nulla; consiste nel riconoscere che ciò che vale in lei è dono. L’umiltà cristiana non è l’umiliazione dell’uomo, ma la sua verità: io non sono l’origine di me stesso, non mi sono dato la vita, non ho creato da solo il bene che ho ricevuto, e proprio per questo posso vivere nella gratitudine anziché nella pretesa. Il Magnificat è il canto di una creatura che ha scoperto che la vita è innanzitutto ricevuta. E questo cambia anche il modo di guardare la storia. Maria canta: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote». Dio scrive la storia secondo una logica che non coincide con quella del mondo. Il mondo misura la grandezza attraverso il potere, la visibilità, il successo, la capacità di imporsi; Dio comincia dagli ultimi. Il mondo considera forte colui che non ha bisogno di nessuno; Dio manifesta la sua forza proprio nella piccolezza di chi si affida. Il mondo pensa che la salvezza debba essere costruita dal possesso e dal dominio; Dio la inaugura attraverso una giovane donna che dice: «Sono la serva del Signore». Per questo il Magnificat è un canto pasquale. Dietro le sue parole vi è la memoria dell’Esodo, la memoria della liberazione d’Israele, la memoria della fedeltà di Dio ad Abramo. Maria guarda il passato e vi riconosce una misericordia che continua; guarda il presente e riconosce che quella misericordia è nuovamente all’opera; guarda il futuro e sa che la promessa non può essere smentita.

I verbi del Magnificat sono al passato, ma parlano del futuro. Maria canta la grazia del passato, vive nel presente e porta nel grembo il futuro. È questa la dinamica della fede: la memoria dell’amore ricevuto diventa sorgente della speranza.

E allora il Magnificat ci interroga anche sul nostro modo di vivere.

Noi siamo spesso tentati di pensare la nostra vita a partire da ciò che ci manca. Guardiamo le occasioni perdute, le attese deluse, le ferite che non si sono ancora rimarginate, le preghiere alle quali sembra non essere arrivata risposta. Maria ci insegna invece la grammatica della gratitudine: imparare a riconoscere le «grandi cose» che Dio ha già compiuto e continua misteriosamente a compiere. Questo non significa negare il male, né fingere che tutto vada bene. Il Magnificat non è una poesia ingenua. È un canto pronunciato dentro una storia che conosce il dolore. Ma proprio per questo è un canto vero: perché sa che il male esiste senza concedergli il diritto di essere l’ultima parola. E qui il Magnificat diventa anche una parola per la nostra vita pubblica e privata. Se Dio viene espulso dall’orizzonte comune, non diventiamo automaticamente più liberi o più capaci di vivere insieme; rischiamo piuttosto di perdere il fondamento di una dignità che appartiene a tutti. Quando non esiste più una verità dell’uomo che ci precede, i conflitti possono diventare semplicemente conflitti di volontà, di interessi, di potere. Rendere Dio grande nella vita non significa imporre una religione, ma riconoscere che la persona umana possiede una dignità che non abbiamo creato noi e che, proprio per questo, non possiamo arbitrariamente concedere o togliere. Anche per questo abbiamo bisogno di restituire spazio a Dio nel nostro tempo: nella preghiera del mattino, nella domenica, nella liturgia, nel silenzio, nell’ascolto della Parola. Non perdiamo il nostro tempo quando lo offriamo a Dio. Al contrario, quando Dio entra nel nostro tempo, il tempo acquista una profondità che da solo non possiede. E allora comprendiamo la seconda parola: il Magnificat non è soltanto il canto di Maria; è la forma di una vita che ha scoperto che la vera libertà nasce dalla gratitudine e la vera grandezza dall’accoglienza della grazia.

III. SPERANZA: Maria è già nella meta verso la quale noi camminiamo

È forse questa la parola che più profondamente custodisce il significato della festa che oggi celebriamo. L’Assunzione di Maria non ci invita semplicemente a contemplare una gloria che appartiene a lei e che rimane estranea alla nostra esperienza; ci permette, attraverso di lei, di intravedere ciò che Dio desidera compiere in ciascuno di noi. Maria è già nella gloria, mentre noi siamo ancora in cammino; lei è già là dove la Chiesa intera tende, mentre noi viviamo ancora dentro il tempo, tra la promessa e il suo compimento. Per questo la sua Assunzione non è una distanza che ci separa da lei, ma una vicinanza che ci permette di riconoscere nella sua vita il nostro stesso destino.

San Paolo ci offre la chiave per comprendere questo mistero quando scrive: «Come tutti muoiono in Adamo, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1Cor 15,22). E aggiunge: «Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo» (15,23). La risurrezione di Cristo non è dunque un avvenimento isolato, chiuso nel passato; è l’inizio della vita nuova che Dio vuole comunicare a tutta l’umanità. Cristo è la primizia, il primo frutto della risurrezione, e Maria, in modo singolare e irripetibile, partecipa già alla pienezza di quella vita che il Padre vuole donare ai suoi figli. Per questo possiamo dire che nell’Assunzione di Maria il futuro è entrato nel presente. Ciò che noi attendiamo nella fede, Maria lo vive già nella gloria. In lei possiamo contemplare la destinazione della nostra stessa esistenza: non la dissoluzione della persona, non la cancellazione della nostra storia, non una sopravvivenza indefinita e impersonale, ma la pienezza dell’uomo nella comunione con Dio, la vita intera accolta, trasfigurata e portata al suo compimento. Questo è un punto decisivo della fede cristiana. Dio non salva l’uomo liberandolo dalla sua umanità, come se la carne, il tempo, gli affetti e la storia fossero realtà dalle quali alla fine dovremmo liberarci. Dio salva l’uomo assumendo fino in fondo la sua umanità. Il Figlio di Dio ha preso una carne umana; ha conosciuto la fame e la sete, la stanchezza e il dolore, l’amicizia e la solitudine, la gioia e il pianto; è morto realmente ed è risorto realmente. E ora Maria, la creatura che più profondamente è stata unita al mistero del Figlio, partecipa già nella sua interezza alla sua gloria.

L’Assunzione, allora, ci dice qualcosa di sorprendentemente concreto sul nostro futuro: Dio non considera perduto nulla di ciò che ha amato. Non è perduto il corpo, non sono perduti gli affetti vissuti nella verità, non sono perdute le lacrime versate nell’amore, non è perduta la fedeltà silenziosa che nessuno ha visto, non sono perdute le sofferenze attraversate con pazienza. Tutto ciò che viene consegnato a Dio entra nella sua memoria eterna. La fede nella risurrezione significa precisamente questo: la nostra vita non precipita nel nulla, perché è custodita da Colui che ci ha creati per la comunione con sé. E tuttavia, per comprendere questa speranza, dobbiamo tornare ancora una volta a Maria, perché la gloria nella quale oggi la contempliamo non è separabile dal cammino che l’ha condotta fin lì. Maria non è arrivata al cielo evitando la terra. Vi è arrivata attraversando la terra. La sua Assunzione è il compimento di una storia fatta di ascolto, di fiducia, di attese, di incomprensioni, di gioie e di dolore. La donna che oggi contempliamo rivestita di gloria è la stessa donna che a Nazaret ha dovuto fidarsi di una parola che superava ogni possibilità umana; è la stessa donna che a Betlemme ha partorito nella povertà; che ha dovuto fuggire in Egitto; che ha cercato Gesù per tre giorni senza comprendere le sue parole; che ha ascoltato da Simeone la profezia della spada; che è rimasta in piedi sotto la croce quando tutto sembrava dire che la promessa ricevuta da Dio fosse ormai smentita dalla realtà. Ed è proprio qui che la figura di Maria diventa per noi particolarmente vicina. Perché anche noi conosciamo la distanza tra ciò che speriamo e ciò che vediamo. Anche noi abbiamo ricevuto promesse che la vita sembra talvolta contraddire. Conosciamo situazioni nelle quali abbiamo pregato e non abbiamo visto accadere ciò che chiedevamo; conosciamo relazioni che avremmo voluto diverse, progetti che si sono interrotti, attese che si sono protratte fino a farci domandare se davvero Dio stesse ascoltando. La tentazione, in quei momenti, è quella di concludere che la promessa non era vera. Quando Dio tarda secondo i nostri tempi, siamo tentati di pensare che abbia smesso di essere fedele. Quando la nostra vita prende una direzione diversa da quella che avevamo immaginato, possiamo arrivare a credere che la nostra storia abbia perso il suo significato.

Maria ci insegna invece che la fede non consiste nel vedere subito il compimento della promessa, ma nel continuare a custodirla quando ancora non possiamo vederlo. È questo il significato profondo di quella parola di Elisabetta che abbiamo ascoltato: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Maria è beata non perché abbia avuto una vita facile, ma perché ha continuato a credere che la Parola di Dio fosse più vera delle apparenze del momento. Ella non conosce in anticipo il modo nel quale Dio realizzerà la sua promessa. Non possiede tutte le risposte. Non riceve una spiegazione per ogni avvenimento. Riceve una Parola e cammina con quella Parola. Maria cammina nella penombra della fede. E proprio questa penombra ci ricorda che la fede non elimina il mistero. Non trasforma la nostra vita in un’equazione nella quale ogni cosa possiede immediatamente una spiegazione; ci dona piuttosto la certezza di non essere soli dentro ciò che non comprendiamo. Maria non comprende tutto, ma sa a chi appartiene. Non vede tutto, ma sa di essere guardata. Non conosce tutto il futuro, ma sa nelle mani di chi è il futuro.

E questa è la sorgente della speranza.

La speranza cristiana non è l’ottimismo di chi immagina che domani le cose andranno necessariamente meglio. È qualcosa di più profondo: è la certezza che Dio è fedele anche quando la strada che conduce al compimento passa attraverso sentieri che noi non avremmo scelto.

Per questo Maria può diventare per noi una vera maestra della speranza. Ella ci insegna a non confondere il silenzio di Dio con la sua assenza e a non confondere la lentezza del compimento con il fallimento della promessa. Il Magnificat lo esprime con una forza straordinaria. Maria canta le grandi opere di Dio quando molte di esse sono ancora nascoste. Il Figlio che porta nel grembo non ha ancora iniziato la sua missione pubblica; non ha ancora predicato, non ha ancora compiuto miracoli, non ha ancora affrontato la croce, non è ancora risorto. Eppure, Maria canta già la salvezza.

Perché la speranza sa riconoscere nel presente il principio di ciò che Dio porterà a compimento. Maria canta la grazia del passato, vive pienamente il presente e porta dentro di sé il futuro. Questa è anche la nostra vocazione. Noi non possiamo ancora vedere la risurrezione nella sua pienezza, ma possiamo già vivere come uomini e donne della risurrezione. Non possiamo ancora contemplare Dio faccia a faccia, ma possiamo già orientare verso di Lui le nostre scelte. Non possediamo ancora la pienezza della vita, ma possiamo già imparare a ricevere la vita come dono. Per questo la speranza cristiana non ci porta fuori dalla storia, ma ci rende capaci di abitare la storia in modo diverso. Chi spera non fugge dalle responsabilità del presente; al contrario, proprio perché sa che la storia ha una meta, può impegnarsi nella storia senza pretendere di trasformarla immediatamente in paradiso. Può lavorare per il bene anche quando il bene sembra fragile; può perdonare anche quando il perdono sembra non produrre risultati; può ricominciare anche dopo una caduta; può amare senza avere la garanzia di essere ricambiato. La speranza rende possibile una fedeltà che il calcolo non riuscirebbe a giustificare.

Ed è qui che possiamo comprendere anche la dimensione ecclesiale dell’Assunzione. Maria non è soltanto una persona privilegiata che appartiene al passato della Chiesa; è l’icona della Chiesa futura. In lei la Chiesa vede ciò che è chiamata a diventare. La comunità dei credenti è ancora pellegrina, fragile, esposta alle contraddizioni della storia, e tuttavia porta in sé la promessa del compimento.

Maria è già nella gloria, mentre la Chiesa cammina. Maria contempla, mentre noi ancora attendiamo. Maria vive ciò che noi ancora speriamo. Ma proprio per questo ella non è lontana. Al contrario: la sua gloria è la misura della nostra speranza. Quando la Chiesa guarda Maria, non guarda soltanto indietro; guarda avanti, verso il compimento al quale è diretta. Per questo la liturgia la chiama «segno di consolazione e di sicura speranza» per il popolo di Dio pellegrino.

Questa espressione è molto più profonda di una semplice consolazione emotiva. Maria è segno perché rende visibile ciò che la fede proclama: la promessa di Dio è capace di portare a compimento una creatura umana. Ciò che è accaduto in lei dimostra che la grazia non è una parola vuota, che la morte non è l’ultima possibilità dell’uomo, che la comunione con Dio non è un desiderio irrealizzabile.

E proprio perché Maria è già presso Dio, possiamo comprendere una delle affermazioni più belle della fede cristiana: nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo non è più per noi una realtà anonima e sconosciuta. Il cielo ha un volto, perché là è il volto di Cristo; il cielo ha una Madre, perché là è Maria; il cielo è aperto, perché Cristo ha aperto per noi la via della vita. Quando Maria viveva sulla terra, la sua presenza era necessariamente limitata. Ora, essendo in Dio, partecipa misteriosamente alla vicinanza stessa di Dio. Non è diventata meno vicina perché è salita al cielo; è diventata, nella comunione con Dio, vicina a tutti coloro che appartengono al Figlio. Per questo possiamo rivolgerci a lei con la semplicità con cui un figlio si rivolge alla propria madre. Possiamo affidarle ciò che non riusciamo a dire a nessun altro: le nostre paure, le nostre attese, le nostre sofferenze, la nostra morte. Lei conosce la notte della fede, conosce l’attesa della promessa, conosce la spada che attraversa il cuore ed è già entrata nella vita piena verso la quale noi camminiamo. E soprattutto possiamo chiederle di insegnarci quella speranza che non nasce dalla certezza che tutto andrà secondo i nostri desideri, ma dalla certezza che qualunque cosa accada, la nostra vita rimane nelle mani di Dio. Questa è la speranza che Maria ha vissuto: non una speranza senza croce, ma una speranza attraverso la croce; non una speranza che evita il dolore, ma una speranza che impedisce al dolore di diventare l’ultima parola; non una speranza che nega la morte, ma una speranza che sa che Cristo ha attraversato la morte e l’ha trasformata in passaggio verso la vita. Per questo l’Assunzione ci invita oggi a guardare la nostra vita con uno sguardo nuovo. Possiamo riconoscere i nostri peccati senza disperare, perché la misericordia è più grande; possiamo riconoscere le nostre fragilità senza vergognarcene, perché la potenza di Dio si manifesta anche nella debolezza; possiamo riconoscere le nostre «grandi cose» senza orgoglio, perché sappiamo che sono dono. Possiamo persino accettare che la nostra vita non sia quella che avevamo immaginato, perché la sua verità non dipende soltanto dai nostri progetti. La nostra vita è custodita dentro un disegno più grande, e la fede ci insegna lentamente a fidarci di questo disegno. Maria non ha avuto bisogno di conoscere in anticipo tutta la strada. Le è bastato riconoscere la voce di Dio al primo passo. E forse anche a noi, oggi, il Signore non chiede di comprendere tutta la nostra vita, ma semplicemente di affidargli il passo che dobbiamo compiere adesso.

Perché la santità non consiste nel conoscere già la meta in ogni suo dettaglio, ma nel camminare nella della fedeltà di Dio.

l’Assunzione di Maria ci consegna dunque una certezza che può sostenere ogni giorno della nostra vita: la strada della fede conduce alla vita. Maria è già là dove noi ancora stiamo andando; ciò che in lei è compiuto, in noi è ancora promessa. Per questo la sua gloria non ci allontana dalla terra, ma ci restituisce alla terra con uno sguardo nuovo, capace di attraversare le fatiche senza disperare e di vivere le gioie senza dimenticare la loro sorgente.

Non sappiamo quale sarà il cammino che ancora ci attende, né quali prove dovremo attraversare; sappiamo però che Cristo è la primizia, che la morte non ha l’ultima parola e che il Padre desidera comunicare anche a noi quella vita nuova che già risplende pienamente in Maria. Per questo oggi guardiamo a lei e riprendiamo il cammino. Maria è la Madre nel cammino e il segno della meta: ci accompagna nella notte della fede e ci ricorda che la notte non è eterna; ci sostiene nelle nostre fragilità e ci mostra ciò che la grazia può compiere in una creatura che si lascia raggiungere dalla Parola. Allora possiamo affidarle la nostra vita, con le sue domande e le sue attese, con le sue ferite e le sue speranze, e chiedere che ci insegni a dire anche noi, nel mezzo della nostra storia, il suo Magnificat: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».

Non perché tutto sia già compiuto, non perché tutto sia facile, ma perché Dio è fedele. Maria lo ha creduto nella penombra della fede; ora lo contempla nella luce della gloria.

E noi, ancora pellegrini, possiamo continuare a camminare con questa certezza: nelle mani di Dio la vita è più grande della morte, la promessa è più forte delle nostre paure e l’ultima parola non sarà la tomba, ma la risurrezione. Amen.

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