Cosa fare quando Dio sembra tacere: l’ostinazione di non andarsene offesi
Catechesi di don Guido Carafa
16 agosto 2026 XX Dom. T.O. -A
Fratelli e sorelle carissimi,
l’esperienza della montagna ci insegna che più si sale, più si rimane in pochi; quando poi la vetta da raggiungere è particolarmente ardua, può accadere di rimanere addirittura soli, perché la cima sembra essere il luogo nel quale inevitabilmente si restringe il numero di coloro che possono arrivare. La Parola di Dio, invece, ci sorprende con una logica radicalmente diversa: il profeta Isaia, contemplando il monte del Signore, non immagina una vetta riservata a pochi, ma una casa capace di accogliere una moltitudine, una casa nella quale anche lo straniero trova dimora, perché «la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli». È come se la Scrittura ci dicesse fin dall’inizio che la vetta verso la quale Dio ci conduce non è un luogo di esclusione, ma il compimento di una comunione nella quale nessuno debba sentirsi definitivamente estraneo. E tuttavia, proprio quando Isaia ci apre davanti agli occhi questo grande sogno universale di Dio, il Vangelo ci pone davanti a una scena che sembra contraddirlo: una donna cananea, dunque una straniera, una persona che sta oltre i confini religiosi e culturali del popolo d’Israele, si avvicina a Gesù e comincia a gridare tutta la propria disperazione, perché sua figlia è tormentata da un demonio; e davanti a questo grido Gesù non risponde, anzi il Vangelo registra una frase che continua a sorprenderci e quasi a scandalizzarci: «Ma egli non le rivolse neppure una parola». Persino i discepoli sembrano, almeno apparentemente, più disponibili di lui, quando gli dicono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando»; ma anche qui la loro intercessione non sembra nascere anzitutto dalla compassione per quella donna, quanto piuttosto dal desiderio di liberarsi dal fastidio della sua presenza. E Gesù, invece di lasciarsi convincere, ribadisce la propria missione: «Non sono stato inviato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». È dentro questa situazione apparentemente chiusa che possiamo riconoscere tre parole capaci di aprire il senso profondo della pagina evangelica: il grido, la fede e l’accoglienza.
I. IL GRIDO
La prima parola è dunque il grido, perché quella donna ci insegna che la preghiera autentica nasce spesso non dalla tranquillità, ma dalla fame, non dalla sicurezza, ma dalla consapevolezza della propria povertà, non dal possesso di una risposta, ma dalla percezione dolorosa di avere bisogno di qualcuno che ci salvi. La cananea non possiede meriti da esibire davanti a Gesù, non può appellarsi a una particolare appartenenza, non può rivendicare un diritto; è una donna straniera e anonima che arriva davanti al Signore con una sola cosa da offrire: la verità del proprio bisogno. Ed è precisamente questa verità che la rende capace di pregare. Noi, invece, molte volte viviamo una preghiera timorosa, scostante, quasi già scoraggiata prima ancora di cominciare; chiediamo, ma dentro di noi abbiamo già deciso che probabilmente Dio non ascolterà; bussiamo alla porta, ma senza una vera speranza che quella porta possa aprirsi; e così la nostra preghiera rischia di diventare una formalità religiosa nella quale le parole continuano a essere pronunciate mentre il desiderio, lentamente, si è spento. La cananea ci mostra una possibilità completamente diversa: ella non ha paura di gridare, perché la sua fame di vita è più grande della paura di essere respinta. La sua preghiera non è bella perché è composta, ma perché è vera; non è perfetta perché è teologicamente raffinata, ma perché nasce dalla profondità di un desiderio che non accetta che il male abbia l’ultima parola. È questo, forse, il primo insegnamento che dobbiamo ricevere: non sono le buone maniere ad accendere il motore della preghiera, ma il grido della nostra fame per una vita piena. Dio non ci chiede di arrivare davanti a lui con una vita già sistemata, con un cuore già pacificato, con una fede già compiuta; ci permette invece di arrivare così come siamo, persino con il nostro grido, con la nostra protesta, con la nostra indignazione di fronte al piatto vuoto che talvolta la vita ci costringe ad accogliere. La preghiera comincia quando riconosciamo che non ci bastiamo, quando permettiamo alla nostra povertà di diventare invocazione e quando il bisogno, invece di rinchiuderci nella disperazione, ci apre verso l’Altro. Eppure il grido della donna deve attraversare qualcosa di ancora più difficile: il silenzio di Dio. Ed è precisamente qui che il grido può trasformarsi in fede.
II. LA FEDE
La seconda parola è la fede, e qui il Vangelo ci conduce dentro uno dei misteri più profondi dell’esperienza religiosa: il mistero di un Dio che talvolta ascolta senza rispondere immediatamente, che sembra tacere proprio quando noi vorremmo una parola, che non reagisce secondo i tempi e le modalità che noi riteniamo necessarie. La cananea grida, ma Gesù tace; i discepoli intervengono, ma Gesù sembra non cambiare posizione; la donna insiste ancora e Gesù sembra portare la situazione fino al limite, fino a quella parola durissima sui figli e sui cagnolini. E proprio qui si manifesta ciò che Gesù sta cercando di far emergere: una qualità che quella donna ha probabilmente già manifestato ai suoi occhi, una fede che egli non ha ancora potuto vedere così limpidamente neppure nel cuore di coloro che gli sono più vicini. La straniera, l’anonima, colei che non appartiene visibilmente al popolo dell’Alleanza, manifesta una fiducia che sorprende persino i discepoli. Ella non si ferma davanti all’insuccesso, non interpreta il silenzio come una definitiva condanna, non si sente autorizzata a ritirarsi offesa; continua a mendicare, e proprio nella sua risposta — «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» — emerge una libertà interiore straordinaria, perché ella non pretende di avere diritti davanti a Dio e, proprio per questo, è libera di affidarsi alla sua misericordia. Questa donna sembra comprendere ciò che noi spesso dimentichiamo: che la vita davanti a Dio non è anzitutto una questione di diritti acquisiti, ma di dono ricevuto. Noi vorremmo che Dio rispondesse alle nostre richieste come se la vita, l’amore, la salute, la felicità e persino la salvezza fossero realtà che ci spettano e che Dio fosse chiamato semplicemente a garantire; il Vangelo, invece, ci conduce verso una forma più adulta della fede, nella quale impariamo a riconoscere che essere vivi e amati per sempre non è un diritto acquisito, ma è il dono più vero e più bello, da accogliere ogni giorno con stupore e gratitudine.
Per questo il silenzio di Dio può diventare, misteriosamente, una pedagogia della fede. Il Signore non chiede alla donna di esibire la propria fede come una condizione preliminare per ottenere il miracolo; le offre, piuttosto, la possibilità di manifestare fino in fondo la propria fame, fino a formulare quella che potremmo chiamare la più bella delle preghiere: una preghiera fiduciosa, ostinata, libera persino dagli esiti. La donna non sa come Gesù agirà; sa soltanto che vale la pena rimanere davanti a lui. E questa è forse la forma più alta della fede: non una certezza che Dio farà esattamente ciò che io desidero, ma la certezza che posso affidare a lui anche ciò che non riesco a comprendere. È in questo senso che possiamo comprendere anche il paradosso per cui, nella vita spirituale, non è sempre il risultato della nostra preghiera ciò che costituisce il miracolo più grande. Talvolta il miracolo comincia prima, nel momento in cui il desiderio ritorna vivo, nel momento in cui l’uomo smette di rassegnarsi al male, nel momento in cui la fame di vita diventa abbastanza forte da condurlo nuovamente davanti a Dio. Non è Dio a essere costretto dalla nostra preghiera; è il nostro desiderio, risvegliato dalla grazia, che diventa capace di ricevere ciò che Dio vuole donare. E allora comprendiamo la parola conclusiva di Gesù: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Il Signore non le chiede più nulla, perché in quella donna ha già riconosciuto ciò che cercava: una fede che non pretende, ma confida; che non possiede, ma riceve; che non si scandalizza del silenzio, ma continua a cercare.
Ma proprio qui, nel riconoscimento della fede di una donna straniera, il Vangelo ci conduce alla terza parola, che è l’accoglienza.
III. L’ACCOGLIENZA
La terza parola è l’accoglienza, perché l’incontro tra Gesù e la cananea realizza in modo sorprendente il sogno di Isaia: la casa di Dio è destinata a diventare «casa di preghiera per tutti i popoli». E ciò che colpisce è il modo nel quale questa apertura si realizza: non attraverso un semplice gesto di benevolenza da parte di chi sta dentro verso qualcuno che sta fuori, ma attraverso una trasformazione dello sguardo dei discepoli, ai quali viene mostrato che proprio una persona considerata esterna può diventare per loro un modello di fede. La donna non è semplicemente tollerata; viene riconosciuta. E questa distinzione è fondamentale. Tollerare qualcuno significa ancora, in qualche modo, mantenere intatta la distanza: “Ti permetto di esserci, purché tu non metta in discussione il mio mondo”. Accogliere, invece, significa riconoscere che l’altro può avere qualcosa da dire alla mia stessa identità, che la sua presenza può diventare per me una provocazione della grazia, che il mondo degli altri e il modo degli altri possono aiutarmi a prendere coscienza di ciò che io stesso ho ricevuto come dono. È proprio questo il grido di Paolo nella Lettera ai Romani. Egli, come «apostolo delle genti», comprende che la salvezza non può essere custodita come un possesso esclusivo e che l’ingresso dei lontani non costituisce una minaccia per coloro che erano già dentro, ma diventa una manifestazione ulteriore della sovrabbondanza della misericordia di Dio. Paolo contempla il mistero di un Dio che «ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti» e che non ritira i propri doni, perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili». La logica di Dio, dunque, non è quella della sottrazione, ma quella della sovrabbondanza; non quella della competizione, ma quella della comunione. Per questo la presenza dell’altro, soprattutto quando è diverso da noi, non dovrebbe essere percepita anzitutto come un limite alla nostra identità, ma come un’occasione per comprendere più profondamente la grazia che abbiamo ricevuto. La cananea mette Gesù stesso, per così dire, di fronte alla fatica non soltanto di andare verso i lontani, ma anche di accettare che siano i lontani a venire verso di lui, chiedendo una disponibilità che forse non era stata messa in conto. E attraverso questo incontro Gesù porta a compimento il proprio ministero di compassione, mostrando che la fede può nascere là dove noi non avevamo pensato di cercarla. Il mondo degli altri, allora, diventa uno stimolo a uscire da ogni forma di autoreferenzialità. Perché ciò che abbiamo ricevuto non ci è stato dato per poterci gloriare di appartenere a una parte migliore dell’umanità, ma per diventare, insieme agli altri, persone capaci di riconoscenza e di misericordia. Il dono ricevuto diventa autenticamente nostro soltanto quando diventa dono condiviso. E forse è proprio questo il punto nel quale la Parola di oggi interpella più direttamente la nostra vita quotidiana. In questi giorni estivi, nei quali possiamo avere non soltanto un po’ più di tempo, ma anche una maggiore disponibilità interiore, siamo invitati a fare un passo concreto perché coloro che incontriamo non si sentano semplicemente tollerati, ma accolti; non semplicemente sopportati, ma riconosciuti; non semplicemente lasciati entrare, ma stimati e onorati nella loro dignità. Perché questo è il sogno di Isaia: una casa nella quale nessuno sia definitivamente straniero. E questo è il mistero che il Vangelo ci consegna: la donna che sembrava essere fuori diventa colei che insegna a quelli che pensavano di essere dentro come si entra davvero nel cuore di Dio. Fratelli e sorelle, forse possiamo allora tornare all’immagine della montagna con la quale abbiamo iniziato. Le nostre montagne umane tendono a restringersi verso la cima: più saliamo, più diventiamo pochi, fino al rischio di rimanere soli. La montagna del Signore, invece, si apre sulla casa; e più ci avviciniamo al cuore di Dio, più scopriamo che il suo desiderio è fare spazio, allargare la tenda, convocare i lontani, raccogliere coloro che erano dispersi, trasformare gli stranieri in commensali. Questa è la vera altezza alla quale Cristo ci chiama: non quella che ci permette di sentirci superiori agli altri, ma quella che ci rende capaci di fare spazio agli altri. Non la vetta dell’autosufficienza, ma la profondità della comunione. Non la conquista di un privilegio, ma la gratitudine per un dono. Chiediamo allora al Signore la grazia di imparare dalla donna cananea il grido, perché non abbiamo paura di portare davanti a Dio la verità della nostra fame; chiediamogli la fede, perché sappiamo rimanere davanti a lui anche quando il suo silenzio mette alla prova le nostre certezze; e chiediamogli infine l’accoglienza, perché la nostra vita e le nostre comunità possano diventare veramente quella casa di preghiera per tutti i popoli che Isaia ha contemplato. E quando ci sembrerà di avere soltanto le briciole, ricordiamoci che nelle mani di Dio anche una briciola d’amore contiene la promessa dell’intera mensa; perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili, e la sua misericordia è più grande dei nostri confini. Così potremo comprendere che il miracolo più profondo di questa pagina non è soltanto la guarigione della figlia della cananea, ma il fatto che una donna straniera e senza nome diventi, davanti a Cristo e davanti alla Chiesa, maestra di fede; e che proprio colei che sembrava essere fuori ci mostri che nel cuore di Dio nessuno è definitivamente fuori, perché la sua casa è aperta, la sua mensa è preparata e la sua misericordia desidera raggiungere tutti.
Amen.
