L’ora sesta tra il pozzo senza fondo e il desiderio di volare

Commento al Vangelo di don Erminio Di Paolo

Il pozzo di Sicar non è solo un luogo geografico; è il punto di intersezione tra la nostra stanchezza cronica e una promessa di freschezza eterna. Al centro del Vangelo di Giovanni (4, 5-42), troviamo due assetati: Gesù, stanco del viaggio, e la Samaritana, esausta per una vita trascorsa a cercare di riempire un vuoto incolmabile.

LA PROFONDITÀ DELL’INSAZIABILE

Quando la donna fa notare a Gesù che “il pozzo è profondo”, non sta solo descrivendo un dato tecnico. Sant’Antonio di Padova, nei suoi Sermoni, coglie in questa osservazione una verità antropologica che brucia ancora oggi:

“O Samaritana, ben a ragione hai detto che il pozzo è profondo: infatti la cupidigia del mondo è profonda, perché appunto è senza il fondo della sufficienza, della sazietà. E perciò chiunque berrà dell’acqua di questo pozzo […] avrà sete di nuovo. È proprio vero […] perché anche Salomone dice nelle parabole: «La sanguisuga ha due figlie che dicono: Dammi, dammi!» (Pro 30,15). La sanguisuga è il diavolo che ha sete del sangue dell’anima nostra e brama succhiarlo. Sue sono le due figlie: le ricchezze, cioè, e i piaceri, che dicono sempre: «Dammi, dammi!», e mai: «Basta!».”

Questa “sanguisuga” spirituale è ciò che ci rende schiavi del “prossimo acquisto” o della “prossima emozione”, lasciandoci però sempre più aridi. È il paradosso di chi accumula tutto e non possiede nulla.

L’OROLOGIO ROTTO E LA SETE DI DOMANI

A questa corsa affannosa verso il nulla, fa eco la malinconica ma speranzosa riflessione di Enrico Nigiotti in “Ogni volta che non so volare”:

“Il tempo vola l’ho già detto / Anche in un orologio rotto / E mentre fuori scoppia un altro inferno / Da qualche parte adesso è già domani / Qualcuno è pronto e qualcun altro è perso / Prima di / Volare / Specchio forse i sogni non finiscono dove comincia la realtà / E c’è bisogno di dolore per un po’ di felicità / Lo pensiamo sempre tutti che sia meglio qualcun altro / E non vediamo dietro al vecchio i capelli da ragazzo.”

La Samaritana è proprio quell’orologio rotto che ha smesso di segnare il tempo della vita per segnare solo quello della sopravvivenza. Vive nell'”inferno” del pregiudizio e della vergogna, convinta che per lei non ci sia più un “domani”. Eppure, Gesù le insegna che la realtà non è la fine dei sogni, ma il luogo dove possono finalmente fiorire, se si accetta di attraversare il dolore della propria verità.

OLTRE LA MASCHERA: I “CAPELLI DA RAGAZZO”

Gesù smaschera le “due figlie della sanguisuga” (i piaceri effimeri dei cinque mariti) non per condannare la donna, ma per liberarla. Sant’Antonio ci ricorda che il mondo dice sempre “Dammi!”, ma Gesù dice “Io ti do”.

L’incontro trasforma lo sguardo della Samaritana: non ha più bisogno di pensare che “sia meglio qualcun altro”. Gesù guarda “dietro al vecchio” — dietro le delusioni, gli errori e l’aridità — e ritrova i “capelli da ragazzo”, ovvero la purezza originale di un’anima nata per l’acqua viva.

Abbandonando l’anfora, la donna smette di essere “persa” e diventa “pronta”. Capisce che per volare non servono ali di angelo, ma il coraggio di lasciare che qualcuno ci conosca fino in fondo, proprio lì, al bordo di un pozzo che non fa più paura.

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