“Di’ che questa pietra…”: l’Abbazia di Santa Maria Arabona (1)

(Vangelo in arte con don Gilberto Ruzzi)

Da Citeaux, in Borgogna, i monaci cistercensi, dal XII secolo in poi, grazie soprattutto al nuovo impulso dato da San Bernardo di Clairvaux, diffusero in tutta Europa non solo il loro ideale monastico, ma anche la loro architettura tipica. 

Il nostro Abruzzo conserva ben cinque esempi di abbazie cistercensi, ma quella che consente una migliore leggibilità, sebbene mai ultimata, è Santa Maria Arabona, situata su di un ameno colle nel territorio di Manoppello, in provincia di Pescara e Diocesi di Chieti. 

In questo luogo ci porremo in ascolto della Parola in questa e nelle successive domeniche di Quaresima dell’annata C.

Proprio l’aspirazione all’essenzialità tradotta nelle linee architettoniche tipiche degli edifici cistercensi ci saranno da guida per attraversare il deserto quaresimale. 

Quella che avrebbe dovuto essere un’imponente chiesa abbaziale ci appare monca delle navate, delle quali fu realizzata una sola campata, una per ciascuna delle tre navate: più alta quella centrale, più basse le due laterali, altro elemento tipico dell’architettura cistercense, facendo così apparire la Badia, come è oggi, a pianta centrale, mentre nel progetto avrebbe avuto la tradizionale forma a croce latina, con gli annessi ambienti monastici, la maggior parte dei quali mai costruiti. 

Iniziata l’edificazione del complesso monastico ai primi del XIII secolo, grazie a donazioni dei feudatari locali, i Palearia, alla fine del secolo successivo si avviava il definitivo decadimento della vita monastica e si interrompeva la costruzione della chiesa e del monastero.

Mancando completamente il chiostro, che avrebbe dovuto sorgere sul lato sud della chiesa, quello che avrebbe dovuto essere il cuore della vita quotidiana di una comunità cistercense,  intorno al quale si sarebbero affacciati tutti gli altri ambienti comunitari, non è facile per noi ora immaginare il cammino diuturno del monaco chiamato, con i suoi fratelli, a compiere l’esodo personale e comunitario da sé verso l’altro e l’Altro per eccellenza, il Dio vivente al quale solo bisogna rendere culto, la cui Parola è vero cibo che sazia la fame e compie il desiderio profondo. 

Tuttavia, nelle essenziali linee architettoniche, che con la loro mole più massiccia rispetto ai prototipi francesi sono il risultato di una rilettura locale dello stile borgognone giunto d’Oltralpe, ritroviamo l’esigenza di una sobrietà che non distrae dall’unico necessario come San Bernardo, polemicamente, raccomandava per la decorazione delle chiese dell’Ordine. Come Gesù fa nella sua lotta di resistenza alla seduzione del “diabolos“, il divisore, e come Bernardo chiedeva che facessero i  monaci, siamo invitati a tornare allo ” sta scritto” nel quale “leggere” e scrutare la Parola che si imprime nella nostra vita come memoria della fedeltà di Dio all’uomo. 

Le nude pareti di Santa Maria Arabona ci richiamano all’urgenza della spoliazione dalle maschere, anche quelle religiose, che il tempo quaresimale ci chiede per toccare la nostra fragilità, la nostra condizione umana dalla quale non dobbiamo fuggire inseguendo gli idoli seducenti dell’autocompiacimento, del potere, del sensazionale. Seguendo le tracce di Gesù, siamo chiamati a diventare più umani nell’ascolto obbediente del Dio fedele.

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