Dieci anni senza Eugenio: il sorriso di un educatore che continua a vivere nei cuori
Sono passati dieci anni da quando Eugenio Di Petta è tornato alla Casa del Padre. Dieci anni che non sono bastati a cancellare il ricordo di un uomo che ha lasciato un segno profondo nella vita di centinaia di persone. Anzi, con il passare del tempo, appare sempre più evidente quanto grande sia stata l’eredità umana e spirituale che ci ha consegnato.
Ci sono persone che non occupano le prime pagine dei giornali, che non cercano i riflettori e che vivono con semplicità il proprio quotidiano. Eppure, quando vengono a mancare, ci si accorge di quanto fossero importanti. Eugenio era una di queste persone.
Ho conosciuto Eugenio grazie a sua cognata Tina Ruggeri, durante i primi passi del mio cammino nel Rinnovamento nello Spirito. Nella casa della famiglia Ruggeri, sempre aperta e accogliente, si ritrovavano giovani, amici e gruppi parrocchiali. Fu lì che conobbi Eugenio e Rosita, allora fidanzati.
Di loro mi colpiva qualcosa di molto particolare. In un’età in cui tante coppie sentivano il bisogno di manifestare continuamente il proprio affetto, loro vivevano il loro amore in maniera discreta e profonda. Scherzavano continuamente tra loro, sapevano prendersi in giro con dolcezza, eppure bastava guardarli per capire che erano uniti da una complicità rara. Il loro era (è) un amore che non aveva bisogno di essere esibito.
Ricordo poi il periodo in cui Eugenio frequentava il corso di fisioterapia a Pescara. Spesso prendevamo lo stesso treno. Non l’ho mai visto di cattivo umore. Aveva sempre una battuta pronta, un sorriso sincero e una straordinaria capacità di trasmettere fiducia e serenità. Era innamorato della vita e riusciva a contagiare chi gli stava accanto.
Con il passare degli anni, il suo nome è diventato per moltissimi ragazzi sinonimo di scoutismo. Per generazioni di bambini e giovani di San Salvo era semplicemente “Akela”.
Attraverso il movimento scout, Eugenio ha educato centinaia di ragazzi, accompagnandoli nella crescita umana e spirituale. Non era un educatore che impartiva lezioni dall’alto. Camminava accanto ai ragazzi, li ascoltava, li correggeva con delicatezza e insegnava loro a guardare il mondo con occhi pieni di meraviglia.
Ancora oggi, parlando con chi lo ha conosciuto durante gli anni dello scoutismo, emergono ricordi pieni di affetto. C’è chi ricorda il suo caratteristico richiamo con il verso dell’usignolo quando voleva riportare l’ordine durante le attività, chi ricorda le serate sotto le stelle durante i campi scout e chi ancora oggi sorride pensando alle sue battute e alla sua capacità di trasformare ogni esperienza in un’occasione di crescita.
Era uno di quegli adulti che riuscivano a restare autorevoli senza perdere la capacità di giocare. Sapeva essere guida e compagno di viaggio allo stesso tempo.
Anche noi genitori trovavamo in lui un riferimento. Con l’ironia che lo contraddistingueva, riusciva spesso a ricordarci che i figli non ci appartengono, ma sono un dono prezioso da accompagnare e aiutare a crescere secondo la loro vocazione.
Nel suo lavoro di fisioterapista metteva la stessa passione che dedicava all’educazione e al servizio in parrocchia. Chi si rivolgeva a lui trovava certamente un professionista preparato, ma soprattutto una persona capace di accogliere, ascoltare e incoraggiare.
La fede era il filo conduttore di tutta la sua esistenza.
Quando gli proposi un’intervista sul mondo scout per Sansalvo.net, accettò immediatamente con entusiasmo. Era convinto che le belle esperienze dovessero essere raccontate e condivise. Tuttavia volle, come sempre, confrontarsi prima con don Raimondo e con gli altri capi scout. Quel gesto semplice raccontava bene la sua umiltà: non agiva mai per protagonismo, ma sempre come parte di una comunità.

Ricordo ancora che non riuscivo a trovare una sua fotografia. Alla fine di una processione accettò di farsi fotografare insieme a don Raimondo. L’immagine era tecnicamente imperfetta e persino un po’ sfocata. Quando la vide pubblicata mi disse con il suo solito sorriso: “È bellissima, è molto particolare”.
Era fatto così. Riusciva a vedere il bello dove altri vedevano soltanto un difetto.
Il giorno del suo funerale, dieci anni fa, resta una delle immagini più forti che la comunità sansalvese conserva nella propria memoria.
Per noi cristiani la Parola di Dio non è mai soltanto una lettura: è una parola viva, una parola profetica. Quel giorno le letture proclamate sembravano descrivere proprio la vita di Eugenio e rappresentavano una carezza del Padre Celeste per la nostra comunità ferita.
“Benedirò il Signore in ogni tempo…”
“Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato…”
“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede…”
Parole che sembravano raccontare il suo percorso umano e spirituale.
San Salvo pianse uno dei suoi figli più amati.
La comunità scout, come era nel suo stile, continuò a servire fino all’ultimo momento. Dopo aver animato la celebrazione domenicale, accolse il feretro di Eugenio in cerchio, il simbolo della fraternità scout. Dal più piccolo dei lupetti fino ai capi più anziani, tutti si alternarono nella veglia. Le camicie azzurre erano lì, immobili accanto a lui, con gli occhi lucidi e il nodo alla gola. Molti non riuscivano a trattenere le lacrime.
Quando il feretro fu trasferito in piazza San Vitale, la folla era immensa. La piazza, più che nei giorni di festa, era gremita di persone accorse per l’ultimo saluto. Famiglie, amici, parrocchiani, colleghi, scout di ieri e di oggi: un intero paese unito nel dolore e nella gratitudine.
Durante l’omelia, don Raimondo, profondamente commosso, ricordò i trent’anni di cammino condivisi con Eugenio. Un percorso fatto di amicizia, servizio, confronto e fede vissuta concretamente. Lo ricordò come marito, padre ed educatore che aveva vissuto pienamente il dono della vita.
Particolarmente toccanti furono anche le parole di Rosita. Nel momento più difficile della sua esistenza riuscì a testimoniare una fede straordinaria. Raccontò l’uomo che l’aveva scelta e amata, il padre che aveva donato ai propri figli e il capo scout che, a quarantacinque anni, continuava a indossare pantaloncini e uniforme per prendersi cura dei figli degli altri.
Lo descrisse come un uomo che stava vivendo uno dei momenti più belli della propria vita: innamorato della sua famiglia, appassionato del suo lavoro, vicino agli amici, impegnato nel servizio educativo. Un uomo che cercava ogni giorno di lasciare il mondo migliore di come lo aveva trovato, proprio come insegna il metodo scout.
La celebrazione si concluse con una preghiera particolarmente cara a Eugenio, il Cantico di San Francesco: “O Signore, fa di me uno strumento della tua pace”. Subito dopo gli scout intonarono il loro canto di promessa. Fu un momento di intensa commozione che ancora oggi molti ricordano.
A distanza di dieci anni, ciò che colpisce non è soltanto il ricordo della sua morte, ma soprattutto la forza della sua testimonianza.
Eugenio continua a vivere nei racconti dei ragazzi che ha educato, nelle famiglie che ha accompagnato, negli scout che continuano il loro servizio, negli amici che conservano il ricordo del suo sorriso e nella sua amata famiglia.
La sua vita è stata un esempio concreto di quel motto scout che amava ripetere: “Estote Parati”, siate pronti. Pronti a servire. Pronti ad amare. Pronti a donarsi.Pronti a lasciare un’impronta di bene.
Per questo oggi, a dieci anni dalla sua partenza, non vogliamo ricordare soltanto ciò che abbiamo perso. Vogliamo soprattutto ringraziare il Signore per averci donato la grazia di incontrare un uomo che, con semplicità e senza clamore, ha saputo essere un autentico fratello in Cristo.
E forse la definizione più bella di Eugenio resta proprio questa: un uomo che ha combattuto la buona battaglia, ha terminato la corsa e ha conservato la fede. E che oggi continua a sorriderci da quelle “ali d’aquila” sulle quali, dieci anni fa, abbiamo imparato ad affidarlo all’abbraccio eterno del Padre.

