Vivere in famiglia l’atteggiamento di benevolenza

«È benigna la carità» (1Cor 13,4)

Rubrica a cura di Don Giovanni Boezzi delegato dai sacerdoti della Zona Pastorale di Vasto per la Famiglia

A proposito di benevolenza, Papa Francesco scrive in Amoris laetitia al n. 93: «Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come benevola». E al n. 94 spiega meglio: «Nell’insieme del testo si vede che Paolo vuole insistere sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma che si deve intendere nel senso che il verbo “amare” ha in ebraico, vale a dire “fare il bene”. Come diceva Sant’Ignazio di Loyola, “l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole”. In questo modo può mostrare tutta la sua fecondità, e ci permette di sperimentare la felicità di dare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere ricompense, per il solo gusto di dare e di servire».

La benevolenza non è quindi un generico voler bene all’altro né un tentativo di amare l’altro, ma è vedere il bene in ogni cosa, vedere Dio all’opera in ogni persona, poiché Lui è tutto in tutti. La benevolenza si espone all’altro come un fiore alla tempesta: la tempesta passa, il profumo del fiore resta. Un proverbio cinese dice: «Un fiore odoroso, anche dopo essere stato calpestato, emana ancora profumo».

Ha un senso parlare di benevolenza oggi? Viviamo in un mondo in cui la violenza, la corruzione e l’egoismo toccano derive, che erano un tempo impensabili anche all’interno della vita familiare.

Per noi cristiani, per voi coppie che avete celebrato il sacramento del Matrimonio, vivere la benevolenza è, un invito a vivere a oltranza quei sentimenti di equità, di compassione, di compartecipazione e di condivisione, che rendono la vita piacevole e degna di essere vissuta. L’inizio di tutto questo avviene prendendo coscienza che anche noi siamo «l’altro», e che dobbiamo mostrargli rispetto, mettendoci un po’ di gentilezza con chi ci vede come «l’altro» da sé.

La benevolenza è frutto dello Spirito, è l’esito di una trasformazione generata dal bisogno innato che ognuno ha dell’altro. È un dono offerto: la benevolenza deve diventare il frutto del vostro lavoro di coppia è il modo per offrire il grano triturato e spezzato che poi diventerà quel pane materia della Eucaristia domenicale, per poter entrare nella logica di misura extra-large dell’Amore che non sta a calcolare il quanto della incomprensione o superficialità dell’altro, ma la gioia di aver abbandonato gli idoli/amanti che avevano sedotto.

In questa “ricomposizione dell’unione infranta”, senza recriminazioni, esasperazioni e ipercontrolli, ci si può specchiare, gioire, esultare. Si diviene capace di riservare i nuovi doni, nella vita coniugale di farlo diventare materiale simbolico per dire nella vostra lingua matrimoniale ciò che più vi preme: l’amore sempre pronto ad un nuovo inizio.

Potreste approfondire questo aspetto leggendo la vicenda della moglie di Osea (2,16-22) è una parabola di quanto avviene ad Israele, che è guarito radicalmente dal peccato e sperimenta il bene della fedeltà e della conoscenza dello Sposo-Signore, ossia un’intimità esclusiva con il suo Dio.

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