Oggi festa di Cristo Re: il vero potere non è far morire l’altro ma morire per l’altro
Commento al Vangelo di don Gianluca Bracalante
“Io nel vedere quest’uomo che muore Madre, io provo dolore Nella pietà che non cede al rancore Madre, ho imparato l’amore”.
Questa frase della canzone “Il testamento di Tito”di De Andrè introduce la bellissima festa di oggi: Cristo Re dell’Universo. Questa solennità, introdotta da papa Pio XI con l’enciclica Quas primas dell’11 dicembre 1925, vuole celebrare la regalità di Cristo, Signore del tempo e della storia, inizio e fine di tutte le cose. La Chiesa, attraverso questa ricorrenza, vuole dire a se stessa e al mondo che il vero potere non è far morire l’altro ma morire per l’altro; la vera regalità non consiste nel condannare l’altro ma nel salvarlo fino all’ultimo istante della vita. Inoltre, questa domenica, la Parola di Dio ci indica che il trono di Dio è la Croce, cioè l’offerta d’amore per tutti, nessuno escluso. La scena evangelica ci mostra che di fronte a questa gratuità d’amore, che scandalizza perché donata senza chiedere nulla in cambio, possiamo assumere diversi atteggiamenti: quello del popolo che resta a guardare, quello dei capi che scherniscono, i soldati che insultano oppure il primo ladrone che preso dalla disperazione mischia parole di scherno e irriverenza. In ultimo l’atteggiamento più vero, quello del “buon ladrone” che si lascia sedurre da quest’uomo condannato ingiustamente e che di fronte agli “haters”, diremmo oggi, risponde sempre e solo con la misericordia.
Il buon ladrone è cosciente che la sua vita è stata un fallimento ma vuole compiere “l’ultimo furto” e ci riesce perché conquista il Regno di Dio. Il buon ladrone non pretende la salvezza, ma tiene viva la speranza nel suo cuore che questa possa compiersi. Il buon ladrone aiuta “Dio ad essere Dio” come scriveva l’ebrea Etty Hillesum prigioniera nel campo di concentramento di Auschwitz. Questa grande donna intuisce che in tempi di grande sofferenza “siamo noi a dover aiutare Dio”, tenendo viva la Sua presenza in noi. Scriveva Etty nel suo diario: “Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso prometterti nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi”.
Il buon ladrone ha scoperto, nell’ultimo secondo della sua esistenza, che il vero volto di Dio è il perdono e questo basta per vivere nell’eternità.
Voglio chiudere questa breve riflessione con un passaggio bellissimo di Mario Pomilio che nel suo racconto Il Natale del 1883 pone queste parole sulla labbra di Manzoni che riflette sulla morte della moglie avvenuta il giorno di Natale del 18883:
“La storia delle vittime è di per sé la storia di Dio. […] Ma perché […] ho detto che la storia delle vittime è la storia stessa di Dio? Ma perché ogni qual volta un innocente è chiamato a soffrire, egli recita la Passione. Che dico, recitare? Egli è la Passione: non nel senso, beninteso, che il Signore voglia rinnovato in lui il proprio sacrificio, come per errore ho pensato altre volte, ma nel senso bensì che è Egli stesso a crocifiggersi con lui. Potrà parervi disperante questo Dio disarmato. E invece che cosa c’è, riflettendoci bene, di più consolante che questa solidarietà non di forza e di giustizia, ma di compassione e d’amore? E in verità è questo, semplicemente, amico mio: la croce di Dio ha voluto essere il dolore di ciascuno; e il dolore di ciascuno è la croce di Dio”.
