La misericordia tra coniugi

Rubrica a cura di Don Giovanni Boezzi delegato dai sacerdoti della Zona Pastorale di Vasto per la Famiglia

Non basta vivere sotto lo stesso tetto perché ci sia famiglia. Non basta l’intimità coniugale. Non bastano neanche il matrimonio civile-religioso perché si crei automaticamente un buon clima familiare. Il clima di famiglia si costruisce grazie a tutte quelle qualità messe in atto dai fondatori della famiglia, ossia i coniugi. Essi devono essere disposti soprattutto a promettersi il perdono reciproco, giacché vivendo insieme, si conoscono meglio nelle risorse e nei limiti e devono mettercela tutta per custodire la loro unità. Nell’intimità le maschere sociali, che indossiamo quando ci presentiamo in pubblico, vengono necessariamente dimesse; in caso contrario non si dà relazione veramente sponsale. Le maschere le possiamo reggere in pubblico, magari a fatica, ma nel privato ci mostriamo per quello che siamo. Lasciamo emergere i limiti, le fragilità e i difetti della persona.

Lo sguardo di misericordia sul coniuge è innanzitutto uno sguardo realista: l’altro è diverso da noi per storia e per personalità e come tutti ha dei limiti ed è esposto alle tentazioni dell’egoismo, mai completamente spento dentro ciascuno di noi. Nessuno è totalmente negativo né totalmente positivo, nessuno ha tutto o manca di tutto. L’attenzione al modo di essere dell’altro, le sfumature della tenerezza, la flessibilità, l’immedesimazione sono necessarie ad un buon rapporto. Se si perde questa attenzione a perfezionare la qualità del rapporto, l’altro ci sfugge diventa alieno e noi alienati a noi stessi. L’amore coniugale è anche rispettare e custodire la vocazione dell’altro come figlio di Dio, della sua spiritualità, che ci fa vedere il coniuge nell’ottica amorevole di Dio. L’amore non è solo spontaneità, talvolta non basta neanche il coinvolgimento pieno di buona volontà di tutta la persona.

Ogni giorno i coniugi ne sperimentano la fecondità, specie a sera se vanno a letto prendendo in considerazione il vissuto della giornata, chiedendosi scusa vicendevolmente delle offese, delle trascuratezze, salutandosi con un bacio o con uno sguardo d’intesa che va al di là del momento negativo che stanno attraversando. Ricordiamo le tre parole suggerite da Papa Francesco: «Permesso, grazie, scusa…Se la vita familiare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare e uno che ha dimenticato la lingua stessa di Dio…Il chiedere scusa deve diventare un’abitudine. Se non si sa chiedere scusa per una mancata delicatezza, neanche lo si potrà saper fare dopo un tradimento».

Il perdono non vale soltanto come atto eroico di misericordia verso colpe gravi del coniuge. Vi possono essere offese di piccola entità o gravi, che richiedono tempo, maturazione personale, dialogo, preghiera. La misericordia non è un compatire in senso negativo e paternalistico, una specie di compassione da parte di chi si sente superiore: “Mi fai compassione”, ma è un “sentire con” e “patire con”, avere un cuore che sa fare propria la povertà morale e spirituale dell’altro e accoglierlo per quello che egli è. La misericordia stende un velo amoroso più in generale sulla piccolezza dell’altro, sulla sua inadeguatezza, sull’aver forse deluso le attese sproporzionate e gli investimenti di un cuore innamorato. C’è da guardare con misericordia a quei piccoli difetti e atteggiamenti sgraditi che il tempo rende insopportabili, per accogliere l’altro semplicemente per quello che è, un povero Cristo come noi, bisognoso di compassione e di amore come lo siamo noi. Tutti sono poveri di affetti, di amore, di Dio. Madre Teresa: «Non ho mai incontrato la principessa Diana, ma l’infelice Diana. È una cosa ben diversa. Per me principesse e poveri sono la stessa cosa, chiunque ha bisogno di amore è un povero. E Diana aveva bisogno di amore». Più si conosce la propria povertà morale e spirituale, più si apre lo spazio del cuore per la misericordia verso l’analoga situazione dell’altro; si crea, cioè, la percezione chiara di una comune condizione di fragilità che invita alla condivisione e alla solidarietà.

I coniugi sono due apprendisti a vista, due viandanti che hanno bisogno di continuare ad imparare sempre di nuovo l’amore reciproco che si sono promessi. Anche una carezza o un sorriso benevolo possono essere atti di misericordia verso una debolezza dell’altro, atto che lo rinfranca nell’umiliazione di aver palesato la sua debolezza. Ognuno trova il modo per fargli capire di continuare ad investire in fiducia, come se gli dicesse “Tu vali più di quello che hai fatto, puoi fare e dare molto di più”. Si può così aiutare l’altro a perdonarsi e ricominciare, magari approfondendo e rendendo più bello il rapporto, secondo il principio di San Paolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia» (Rm 5,20).

Solo rigenerando l’amore con l’impegno e la Grazia che ci viene data gratuitamente dalla fonte dell’Amore, i coniugi celebrano quotidianamente il loro matrimonio: “memoria di grazia” – come sottolineava il card. Martini – non di destino, non trappola, non maledizione o infine memoria di routine.

La memoria di grazia rende consapevoli gli sposi di avere ricevuto in dono un figlio amato da Dio e insieme una grazia che sostiene, una luce che guida, una missione più grande del proprio io. Gli sposi che si esercitano nella misericordia assimilano il loro comportamento a Dio e divengono potenti: possono rigenerare l’amore vero e sconfiggere il buio dell’assenza del sentimento con la stessa potenza di un Dio che fa fiorire il deserto per il suo popolo e apre un futuro insperato laddove tutto sembrava cro9llato. Tutti noi con la sua Grazia abbiamo il potere di rigenerare l’amore e aprire nuove strade.

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