Il nostro Dio è un Dio-Comunicazione, varca la soglia del silenzio e diviene accessibile a noi attraverso la Parola
Commento al Vangelo di don Gianmarco Medoro
l Prologo di Giovanni che, dopo il giorno di Natale, torniamo ad ascoltare e meditare questa domenica, ci fa capire le conseguenze dell’Incarnazione:
- Il Verbo, la Parola.
Fin dal principio si manifesta a noi come Parola. Il nostro Dio è un Dio-Comunicazione. Non si chiude nell’indifferenza ma si apre all’altro. Varca la soglia del silenzio divenendo accessibile a noi attraverso la Parola. Nella storia della salvezza ha sempre parlato per mezzo dei profeti, ci ricorda la lettera agli Ebrei: “in questi giorni parla a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,2). Accogliere l’Incarnazione del Verbo apre la nostra comunicazione! Viviamo di parole ma poco di Parola. Ci illudiamo di comunicare attraverso i mezzi virtuali ma comunichiamo sempre di meno nella realtà.
Il Natale ci riabiliti nell’uso di parole che sappiano comunicare! - La Relazione
Il Prologo ci dice che Cristo non solo è Parola ma è Relazione con il Padre.
Leggiamo che “Il Verbo è presso Dio”: in greco l’espressione suona meglio: “pros ton Theon” ( ovvero il Verbo era rivolto presso Dio). Indica un movimento attivo di chi vive una relazione!
Accogliere l’Incarnazione è entrare nel dinamismo della comunione di Dio! Vivere l’Incarnazione è coinvolgersi nell’essere figli amati rivolti verso la fonte: il Padre. Ce lo ricordo Giovanni: “quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).
Il Natale rinnovi la nostra disponibilità ad essere, come il Verbo, non centrati su noi stessi, ma rivolti verso il Padre. Come il Girasole verso la luce del Sole. - La Tenda
La prima lettura ci ha dato un terzo indizio per accogliere la Parola di questa domenica con il segno della tenda.
Proclama oggi il Libro del Siracide: “Il Creatore mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele”. Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion” (Sir 24, 8-10). Ritroviamo il segno della tenda nel Prologo: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” ( Gv 1,14). Anche qui ci aiuta la traduzione greca che dice che il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi (eskènosen si può tradurre come “attendarsi”). La tenda, a differenza della casa, è mobile, si sposta.
Nell’esperienza d’Israele nel deserto l’Arca di Dio abitava nella tenda e si muoveva lì dove il popolo si stabiliva. Così anche la colonna di nube, segno della presenza di Dio accanto al suo popolo.
Scopriamo così che quel “motore immobile” con cui Aristotele voleva presentarci la causa prima dell’Universo, nella nostra fede si presenta come un Dio capace di spostarsi con l’uomo, di attendarsi dove siamo noi purché ci raggiunga e ci incontri.
Accogliere l’Incarnazione nella nostra vita è allora essere disposti a muoverci per incontrare Dio e per incontrare l’altro che ci abita accanto. Noi invece il più delle volte restiamo immobili nelle nostre prese di posizione, nei nostri concetti, nei nostri modi di vedere gli altri e la realtà.
Il Natale ci renda capaci di “attendarci”, di essere nomadi per amore di chi vive con noi, di smuoverci dalle nostre fissazioni, di lasciarci scomodare per non vivere da persone e credenti immobilizzati.
COMUNICA!
VIVI LA RELAZIONE!
MUOVITI!
