Don Vincenzo, preziosissimo collaboratore al tempo del Covid

Il tempo che stiamo è un tempo molto particolare ma il Signore continua a manifestare la sua grandissima Misericordia e tantissime e inaspettate pietre divengono testate d’angolo. E uno di questa miriade di casi è senz’altro don Vincenzo Giorgio, un sacerdote in pensione originario di Minervino Murge che, da quando è arrivato a San Salvo, ha sostituito i sacerdoti della città e di qualche paese limitrofo. Dall’8 novembre 2020 si è ritrovato a dover sostituire don Raimondo Artese, costretto a un lungo periodo di convalescenza, in tutte le celebrazioni parrocchiali. Da allora, grazie a questo anziano sacerdote, i fedeli possono continuare a godere della santa messa come se nulla fosse.

Il grandissimo valore di un sacerdote va oltre la sua umanità, simpatia o affabilità. Nelle loro mani è posto il grande Mistero dell’incarnazione di Cristo, la cosiddetta transustanziazione: ossia la presenza reale del Cristo nel sacramento eucaristico, attraverso il passaggio totale della sostanza del pane e del vino in quella del corpo e del sangue di Cristo in virtù delle parole della consacrazione pronunciate dal sacerdote durante la Messa. Spesso si tende a scegliere la messa del sacerdote che ci sembra più simpatico, affabile che è più bravo e si dimentica che il vero centro di ogni celebrazione non è l’omelia ma l’intera liturgia con il momento clou della consacrazione eucaristica. Non a caso Santa Madre Chiesa consiglia di frequentare la parrocchia di appartenenza. In questo tempo di assenza del parroco, don Vincenzo riveste un ruolo cruciale.

Di seguito un’intervista a don Vincenzo Giorgio sulla sua vocazione.

Mi racconti un po’ di te e di come è nata la tua vocazione al sacerdozio?

Io sono il secondo di 4 figli e sono nato a Minervino Murge il 1 aprile ma i miei genitori mi hanno iscritto all’anagrafe il 2 aprile perché pensavano che era brutto registrarmi nel giorno del “pesce d’aprile”. La nostra era una famiglia a contatto continuo e costante con la natura e la Provvidenza. Mia mamma mi raccontava di un episodio che poi si è rivelato profetico: quando ero ancora in fasce, durante la festa patronale del mio paese, il parroco aveva posto il suo berretto da sacerdote sul mio capo dicendo “questo si può fare prete”. Io sono cresciuto in parrocchia anche perché era un luogo di aggregazione dove si praticavano diverse attività come il teatro e lo sport. Oggi le mamme fanno le tassiste accompagnando i figli in diecimila posti, noi invece avevamo tutto lì. Finite le elementari le catechiste mi proposero di entrare in seminario. Ho accolto con gioia questa proposta e così ho cominciato a frequentare le medie presso il seminario vescovile di Andria e poi il percorso scolastico e vocazionale a Molfetta. Durante questi anni ciascuno di noi veniva seguito da un padre spirituale che ci aiutava a comprendere se avevamo veramente la vocazione. Un sacco di ragazzi che sono entrati con me, chi prima e chi dopo, nel tempo hanno interrotto questo percorso perché hanno scoperto che questa non era la loro strada. Io invece ho sempre percepito questo percorso come qualcosa fatto apposta per me. Sono stato ordinato sacerdote l’8 luglio del 1973 presso la cattedrale di Minervino. Ho iniziato il mio ministero in una parrocchia di Andria. In contemporanea insegnavo religione alle scuole medie e alle superiori. Nel 1993 sono diventato parroco della chiesa madre di Minervino, la stessa in cui ero stato ordinato sacerdote e dove sono rimasto fino al mio pensionamento nel 2012.

Guardando a ritroso il tuo sacerdozio, cosa ha caratterizzato questo tuo ministero?

Non so se lo sai ma il mio nome d’arte è don Cinzio che è un appellativo che mi hanno dato quando conducevo una trasmissione religiosa in una delle 3 radio private del mio paese. Commentavo il vangelo e animavo dei giochi radiofonici molto seguiti anche dalle tantissime persone che erano migrate fuori. Negli anni ’80 era il boom delle emittenti televisive e anch’io, come sacerdote, utilizzai questo strumento per diffondere la Parola di Dio. E così sono salito sul campanile e ho montato le attrezzature per trasmettere programmi televisivi dalla Cattedrale. L’avevo chiamata “Teleradio Jesus”, una sorta di TRSP di don Stellerino. Era la gioia delle persone malate che non potevano venire in chiesa e di coloro che erano migrati all’estero.  Ero molto fortunato perché la chiesa era posizionata molto in alto e quindi il segnale veniva ben recepito. Mia mamma, nonostante fosse anziana faceva le riprese delle varie celebrazioni liturgiche, Quando c’erano le prime comunioni, regalavo alle famiglie una cassetta con la celebrazione di quell’evento così particolare per la vita dei loro figli. Nel 2006, con l’arrivo del digitale, tutto è diventato più complicato e costoso e quindi poi ho dovuto abbandonare questo progetto.

Come ti sei trovato qui a San Salvo?

Mi ci trovo grazie a mia sorella, il cui marito faceva il ferroviere nela stazione di Vasto- San Salvo. Frequento questa cittadina da circa 30 anni. Raggiunta l’età della pensione, mi sono detto “E ora che faccio?”. Nel mio paese c’è abbondanza di sacerdoti. Figurati in un paese di 9000 abitanti ci sono 5 parrocchie e 6 sacerdoti. Invece qui, con una popolazione di 20.000 abitanti ci sono solo tre parrocchie con 3 sacerdoti. Mi si struggeva il cuore vedere “tanta messe e pochi operai” e così mi sono detto: “qui posso essere di sicuro più utile che al mio paese”.  Sai una cosa che mi piacerebbe vedere in questa città? Un’unica grande celebrazione per gli eventi più importanti. Te lo immagini ad esempio la veglia di Natale celebrata in una grande tensostruttura capace di accogliere i fedeli di tutte e tre le parrocchie?

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