Conosciamo la tenerezza

In dialogo con i fratelli e sorelle separati, divorziati, e divorziati risposati

Rubrica a cura di Don Giovanni Boezzi delegato dai sacerdoti della Zona Pastorale di Vasto per la Famiglia

«La tenerezza è la forza più umile; eppure è la più potente per cambiare il mondo» (Carlo Rocchetta).

Per affrontare insieme le sofferenze di una separazione e per vivere con responsabilità il ruolo di “Genitore”, avendo speciale cura dei figli che vivono il disorientamento e la discontinuità del rapporto affettivo, uno dei sentimenti di cui forse c’è più bisogno è proprio quello della tenerezza.

Non è facile parlare di «tenerezza», si corrono almeno due rischi. Il primo è di essere fraintesi da coloro che confondono il «sentimento della tenerezza» con il «sentimentalismo»; il secondo rischio è di essere guardati con sospetto da chi ritiene che il trattare un argomento come quello della tenerezza sia per sé un indice di immaturità o una concessione «all’umana natura», e confonde la tenerezza con la debolezza. La realtà non sta affatto in questi termini; è vero esattamente il contrario. La tenerezza è forza, segno di maturità e robustezza interiore, e sboccia solo in un cuore libero, capace do offrire e ricevere amore.

Guardare alla tenerezza come a un valore di cui fare l’elogio in termini più possibile rigorosi:

  • un valore che assume lo spessore concreto del nostro essere, ma che si attua compiutamente solo come esperienza spirituale e accadimento di grazia: contenuto umano, dimensione spirituale e grazia sono infatti un tutt’uno nel contesto di un’integrale comprensione del sentimento della tenerezza in chiave cristiana;
  • un valore in grado di rinnovare l’umanità e il mondo non con la potenza dei mezzi economici o con gli strumenti della propaganda e del dominio, ma con «la forza dell’umile amore» nella misura stessa in cui diventa decisione consapevole, attiva e creativa di amorevolezza e di non-violenza e si trasforma in vissuto storico di solidarietà amicale e di servizio gratuito.

La tenerezza, nella sua identità più profonda, si collega a due esigenze fondamentali e parimenti, iscritte nel cuore umano, desiderare di amare e sapere di essere amati.

Canciani, nel suo libro “La tenerezza”, Roma 1993, 15 scrive: «Alcuni pensano che la tenerezza sia un sentimento marginale della personalità. Appartiene invece al nostro stesso essere: la sua assenza è il segno di una natura incompleta. È questa la ragione per cui chi non la possiede, cerca almeno di averne dei surrogati». Dire «tenerezza» dunque è dire la vita nei suoi molteplici aspetti e nelle sue più sublimi altezze, vivendola con «passione» e «gioia di essere», spontaneità, «condivisione» e «convivialità». L’alternativa è il vuoto, con la negazione delle dimensioni più profonde della nostra interiorità e delle sue più alte istanze, lasciarsi sfuggire la tenerezza è lasciarsi sfuggire la vita. E come non c’è vita senza rischi, così non c’è tenerezza senza rischi, ma il rischio più grande è di non vivere la tenerezza.

È diffusa l’idea che la tenerezza rappresenti una connotazione quasi solo femminile o comunque scarsamente «virile»: «qualificante» per la donna e «squalificante» per l’uomo. Il sentimento della tenerezza riguarda in realtà, in modo totale e incancellabile, sia l’uomo che la donna, la loro umanità e la loro vocazione all’amore e alla comunione. Uomo e donna sono chiamati ad andare, entrambi, a «scuola di tenerezza», arricchendosi reciprocamente dei doni di cui sono portatori e impegnandosi a costruire insieme, in un dialogo propositivo e rispettoso della differenza, un’autentica «civiltà della tenerezza» (Martirani, La civiltà della tenerezza, Milano 1997). E che cosa significa «andare a scuola di tenerezza» per l’uomo e per la donna, se non aprirsi agli orizzonti ineffabili dell’Assoluta Tenerezza? Non è forse Dio la sorgente inesauribile e il vertice di ogni tenerezza per coloro che si lasciano amare da lui e in lui imparano ad amare teneramente la vita e ogni più piccola realtà del creato? Il problema è di esserne consapevoli, sentendosi avvolti dalla tenerezza di Dio come da un caldo grembo materno.

Osserva stupendamente il poeta libanese Kahlil Gibran: «Quando ami, non dire: “Ho Dio nel cuore”. Dì piuttosto: “Sono nel cuore di Dio”».

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