Nell’opera “Le nozze di Cana” di Veronese è rappresentato il grande Mistero dell’Agnello

(Don Gilberto Ruzzi)

Cibo, vino, festa, amore: prima di meditare contenuti altamente spirituali, vi inviterei a soffermarvi sugli ingredienti che sono come l’humus della pagina evangelica giovannea che in questa annata C dà l’avvio al cammino delle domeniche del Tempo “per annum”. Tutti elementi che fanno parte del vissuto degli umani: come essenziali, il cibo e l’amore; come “eccedenza” il vino, che non è indispensabile per vivere, ma esprime gioia, festa, gratuità. Potremmo mai fare a meno di tutto questo? 

Il contesto “profano” di un banchetto di nozze è il luogo per la terza delle “manifestazioni” che la liturgia festiva ci presenta: dalle acque del Giordano gravide dei peccati di quanti chiedevano e ricevevano il battesimo di Giovanni, e santificate dall’immersione del Cristo,  a quella di Cana, che avrebbe dovuto servire per la “purificazione” dei giudei, ma che si “arrossa” per anticipare un’altra festa della quale non era ancora venuta l’ora. 

Il racconto giovanneo,  volutamente lacunoso,  dovrebbe lasciarci alquanto perplessi, ma avendolo “addomesticato” con l’abitudine, rischia di non parlarci come dovrebbe. 

Proprio per entrare meglio dentro questo clima festoso, ad una rappresentazione più pacata e misurata del racconto di Giovanni  ho preferito la versione pittorica che ce ne dà Paolo Caliari detto il “Veronese”, uno dei massimi esponenti del “Manierismo” veneto. E’ un dipinto colossale, datato certamente 1562, che oggi possiamo ammirare nelle sale del Louvre a motivo delle spoliazioni napoleoniche che si abbatterono anche sul monastero di San Giorgio maggiore, sull’omonima isola di fronte a Venezia, per il cui refettorio il Veronese aveva dipinto la sua affollata versione delle nozze di Cana. Quando dico “affollata”, mi riferisco ai centotrentadue personaggi che si muovono su una scena a più piani, come su un palco teatrale, concepita come un’armonica e perfetta architettura palladiana;  il banchetto nuziale da Cana di Galilea si trasferisce nella Venezia del XVI secolo, e personaggi più o meno illustri della società dell’epoca prendono il posto di sconosciuti galilei dei primi decenni dell’era cristiana. Paolo Veronese ci offre uno straordinario catalogo di ritratti, pose ed espressioni, – ma non ci addentreremo nel complesso tentativo di identificarli – che ruotano vorticosamente da un capo all’altro dell’immensa tela – sono circa otto metri per dieci – salendo e scendendo per le scalinate laterali – a tal riguardo mi coglie una suggestione che non so suffragare con prove evidenti: ma il testo evangelico che precede immediatamente il racconto di Cana è quello di Gv 1,51: “vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”. 

Ma  in questa confusione di movimenti, sguardi, musiche, risate, rumori di stoviglie, dove sta Lui, il Figlio dell’uomo, Gesù? 

Eccolo, al centro della scena, quasi monumentale, che guarda davanti a sé … non partecipa alle voci ed al trambusto, alla concitazione del momento, sembra distratto da altro, fa silenzio, anzi, in quel centro dove Veronese lo colloca, sembra farsi silenzio, quasi che ogni movimento, voce, musica o rumore siano sospesi. 

In quel centro individuiamo una direttrice verticale che parte dall’altro, dalla parte superiore della scena, dove dietro una balaustra un macellaio sta spezzando un agnello, e poi quella linea ideale, scendendo giù fino alla figura ieratica del Cristo, prosegue, fino al gruppo dei musici, o meglio, fino ad una clessidra posata in primo piano sul tavolo, e ancora giù, sembra dividere il dipinto a metà. E che ci fa lì, al centro di un dipinto così complesso una clessidra, strumento per misurare il tempo? Su quella direttrice si anticipa l’ora dell’inaugurazione delle nozze messianiche dell’Agnello, l’ora della Croce, vera manifestazione della Gloria. 

Molto più fedele di quanto pensiamo al progetto del IV Evangelo, il Veronese colloca nel margine sinistro gli sposi, ai quali è offerto un calice del vino dall’origine ignota; dall’altro il momento della mescita di questa con un maestro di tavola che con atteggiamento da navigato somelier testa il vino. 

Al centro c’è Gesù, il vero sposo verso il quale convergere.

E la festa può riprendere, o meglio: ora è veramente iniziata!

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