“…si alzò a leggere”: l’ambone di Santa Maria del Lago a Moscufo

(Don Gilberto Ruzzi)

L’evangelista Luca non dice come fosse organizzata la sinagoga di Nazaret, ma dai rapidi tocchi narrativi con i quali descrive i movimenti ed i gesti Gesù e degli altri radunati quel sabato per la liturgia sinagogale, possiamo supporre che anche Gesù sia salito, e non solo quel sabato, sul bimà, il podio sul quale normalmente è collocato il leggio o il tavolo sul quale si poggiano i rotoli delle Scritture dai quali il lettore di turno proclama il testo biblico assegnato a ciascun sabato. Gesù dunque occupa e si muove dentro un preciso spazio liturgico nel quale la Parola scritta risuscita, e dall’alto, seguendo la suggestiva immagine isaiana scende per tornare al cielo. 

I cristiani hanno assunto questa simbologia nel momento in cui hanno dovuto pensare al luogo in cui nei loro spazi di culto sarebbe stato recato per essere aperto il Libro delle Scritture e dal quale la Parola avrebbe potuto risuonare con questo medesimo moto discensionale e ascensionale. Sono nati così gli amboni, che hanno sommato l’aspetto pratico legato ad una migliore diffusione della voce a quello simbolico.

Nell’evoluzione dell’ambone molti sono i simboli ed i significati che si sono aggiunti o alternati, non da ultimo il richiamo alla tomba vuota del Cristo presso la quale risuona l’annuncio pasquale.

L’Abruzzo conserva una straordinaria serie di amboni, molti dei quali riconducibili alle stesse manovalanze del secolo XII e legati ai nomi del maestro Nicodemo e della sua famiglia. Tra questi, il più interessante, non fosse altro perché ha conservata pressoché integra la decorazione pittorica originale, è quello che si trova nella chiesa di Santa Maria del Lago a Moscufo, in provincia di Pescara. 

Collocato a metà della maggiore delle tre navate di questa piccola chiesa  a pianta basilicale, l’ambone alloggia ancora nel luogo per il quale era stato pensato: provate ad immaginare l’assemblea liturgica non irreggimentata nei banchi di tradizione post-trididentina, bensì lasciata libera di muoversi nell’aula ecclesiastica e, nel momento in cui il lettore o il diacono accedevano all’ambone attraverso la scala ancora esistente ed anch’essa decorata, tutti che si volgevano verso chi dall’alto apriva il libro liturgico o l’evangeliario e ne proclamava o cantava la pericope del giorno.

Proprio perché si tratta di un luogo verso il quale volgere lo sguardo e non solo accessorio per la migliore diffusione della voce, il nostro ambone di Moscufo datato 1159 parla attraverso una serie di immagini a rilievo realizzate a stucco da questa bottega di maestri lapicidi capeggiata da Nicodemo e già utilizzate negli altri amboni consimili presenti in altre località abruzzesi, probabilmente una serie di immagini simboliche ripetute come un clichè, senza nulla togliere, però, alla potenza evocativa che esse conservano. Così, insieme al tetramorfo, cioè  i simboli dei quattro evangelisti, vi troviamo figure bibliche veterotestamentarie, figure di santi cristiani, figurine ispirate alla scultura greco-romana, come lo spinario, alcune in pose grottesche, scene di caccia, decorazioni di genere fitomorfo, altre di squisito genere geometrico e, sulla spalletta della scala d’accesso all’ambone, in due sequenze narrative, la storia del riluttante profeta Giona. Insomma una vera foresta di simboli che va decodificata e interpretata sempre alla luce dell’evento pasquale.

Dunque, l’ambone stesso si fa libro da leggere, al quale ridare voce, attraverso la corporeità di chi vi accede e di chi vi sta intorno. Il luogo della proclamazione della Parola, permette di entrare nell’evento salvifico che in esso viene annunciato e , nel momento in cui questa proclamazione accade e trova accoglienza nell’ascolto, si compie nell’oggi.

Scrive Luciano Manicardi nel suo commento alla pagina evangelica odierna: 

«Solo lo Spirito santo vivifica ciò che rischierebbe di divenire stanca abitudine: esso rende il ripetere un fare memoria e un rendere attuale. In particolare, solo lo Spirito vivifica la parola della Scrittura (che rischia di essere parola morta), risuscitandola a parola vivente oggi per una precisa comunità. Proclamare la Scrittura significa dare il proprio corpo alla Parola: mano, occhi, bocca, voce del lettore sono impegnati nell’atto di annunciare oggi ad altri le antiche parole della Scrittura. Così, la Parola di Dio divenuta scrittura nel passato, oggi nella proclamazione liturgica e nell’omelia ridiventa parola vivente».

Ed è dall’ascolto accogliente di questa Parola che potrò cominciare anche io a scrivere il Vangelo nella mia vita.

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