“Lo sguardo della fede oltre le apparenze”
Commento al Vangelo di don Simone Calabria
“Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino” (Papa Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 42).
La solennità di Tutti i Santi ci invita ad innalzare lo sguardo al Cielo e a meditare sulla pienezza della vita divina che ci attende. “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Con queste parole l’apostolo Giovanni ci assicura la nostra profonda unione con Dio, come pure la certezza del nostro destino: essere beati, felici.
Il brano del Vangelo ci mette davanti a una delle pagine più note, ma forse più radicalmente fraintese, di tutta la Scrittura: le Beatitudini. Spesso corriamo il rischio di leggere queste parole come se fossero una serie di comandamenti morali pesanti, una lista di doveri in cui ci viene detto: “Devi soffrire, devi essere povero, devi essere perseguitato per essere un buon cristiano”.
Ma Gesù non ci sta donando dei nuovi ordini. Le Beatitudini non sono una legge da applicare, ma una constatazione e una rivelazione. Sono, prima di tutto, il più autentico autoritratto di Gesù. È Lui il vero povero in spirito che si fida totalmente del Padre; è Lui il mite che non risponde alla violenza; è Lui il puro di cuore che vede il volto del Padre; è Lui che piange con chi è nel pianto. Gesù pronuncia queste parole guardando in faccia i suoi discepoli. Vede le loro fatiche concrete, le povertà, le ingiustizie subite e le lacrime.
Il Vangelo non ci chiede di evadere dalla realtà o di far finta che il dolore non esista. Credere non significa addormentarsi. La sofferenza, la mancanza e la debolezza esistono, ma per Gesù sono il trampolino di lancio da cui partire. La nostra santità non consiste nel non soffrire mai, ma nell’avere una direzione dentro la sofferenza. Il mondo ha i suoi criteri di felicità: è beato chi è ricco, chi è forte, chi non ha bisogno di nessuno e chi vince calpestando gli altri.
Gesù ribalta completamente questa logica. Ci dona quello che possiamo definire lo “sguardo della profondità”, cioè la capacità spirituale di guardare oltre le apparenze e di scorgere un potenziale di bene nascosto proprio lì dove il mondo vede solo un fallimento. “I poveri in spirito” sono beati perché, avendo le mani vuote, hanno lo spazio interiore per accogliere il Regno di Dio.
“Chi è nel pianto” scopre la tenerezza speciale di una consolazione che non viene dagli uomini, ma da Dio. “I miti” ereditano la terra” perché la nonviolenza e l’amore disarmato, alla fine, hanno un potere più duraturo di qualsiasi prepotenza. Che cos’è allora la santità a cui ci richiamano le Beatitudini?
Non è una medaglia per pochi eroi perfetti, ma è il potenziale nascosto dentro la vita di ciascuno di noi. È il nostro destino più vero, quell’immagine e somiglianza con Dio che nessuna ferita della vita può cancellare. Il Vangelo può essere annunciato e compreso solo da chi sperimenta una mancanza, da chi avverte il bisogno di essere salvato. Chi si sente già sazio, ricco e perfetto non ha spazio per la buona notizia.
Chiediamo oggi al Signore il dono di questo sguardo nuovo. Impariamo a non spaventarci delle nostre povertà o delle nostre fragilità, ma a vederle come lo spazio benedetto in cui Dio può finalmente entrare, consolarci e fare grandi cose. Amen.
