«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio»
Catechesi di don Guido Carafa
La liturgia di questa domenica ci consegna un’immagine che, a prima vista, potrebbe sembrare quasi troppo bella per essere vera: un banchetto, una festa di nozze, una tavola preparata per tutti. È l’immagine con cui Isaia descrive il compimento della promessa di Dio ed è la stessa immagine che Gesù riprende nel Vangelo per parlare del Regno dei cieli. Dio non immagina la salvezza dell’uomo come una fuga dal mondo, come una solitudine finalmente pacificata, come un’esistenza chiusa nella perfezione della propria autosufficienza; la immagina come una festa, come una comunione, come una tavola attorno alla quale gli uomini finalmente ritrovano il gusto di essere insieme. E forse proprio qui si trova la prima sorpresa del Vangelo: noi pensiamo spesso alla fede come a qualcosa che Dio ci chiede, mentre Gesù oggi ci rivela anzitutto qualcosa che Dio ci offre. Prima di ogni nostra risposta c’è un invito; prima di ogni nostra opera c’è una grazia; prima di ogni nostro desiderio di Dio c’è il desiderio di Dio per noi.
La prima parola è: INVITO.
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». È difficile immaginare un’immagine più luminosa per dire il cuore del cristianesimo. Dio prepara una festa e manda a chiamare gli invitati. La nostra vita, allora, non è un accidente senza senso, né un cammino affidato soltanto alla nostra capacità di costruirci una felicità. All’origine della nostra esistenza c’è una chiamata all’incontro, c’è un desiderio di comunione che ci precede e ci accompagna. Siamo stati pensati per la gioia, per la relazione, per quella comunione nella quale la vita cessa di essere semplicemente sopravvivenza e diventa finalmente dono. È precisamente ciò che Isaia intravede sul monte del Signore: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti». È una pagina sorprendente perché la salvezza viene descritta attraverso qualcosa di profondamente umano: mangiare insieme, condividere una tavola, bere un vino buono, ritrovarsi finalmente senza paura. La Bibbia non ha paura della gioia. Non ha paura di dire che Dio vuole che l’uomo sia felice, che vuole restituirgli il gusto della vita, che vuole condurlo verso una pienezza nella quale nessuna lacrima sarà più l’ultima parola.
Eppure il Vangelo ci pone davanti a un mistero inquietante: gli invitati rifiutano l’invito. «Quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Non c’è, apparentemente, nulla di drammatico in questa risposta. Nessuno bestemmia, nessuno dichiara guerra al re. Semplicemente, hanno altro da fare. E forse questa è una delle forme più profonde dell’incredulità: non il rifiuto esplicito di Dio, ma l’indifferenza; non il dire «Dio non esiste», ma il vivere come se la sua chiamata potesse sempre aspettare. Il campo, gli affari, le occupazioni, le preoccupazioni, persino le cose buone possono diventare il luogo nel quale lentamente smettiamo di accorgerci che siamo stati invitati a una festa. La fede, allora, non consiste anzitutto nel fare qualcosa di straordinario per Dio, ma nel lasciarsi raggiungere da un invito. E la sorpresa è che l’invito continua ad arrivare anche quando noi non siamo più capaci di attenderlo. Dio non si stanca di chiamare. Quando i primi invitati rifiutano, il re non annulla la festa. Allarga la chiamata: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». È questa la gratuità disarmante della grazia: il rifiuto dell’uomo non riesce a cancellare il desiderio di Dio. Ma perché possiamo accogliere l’invito, dobbiamo lasciarci condurre verso una seconda parola.
La seconda parola è: VELO.
Isaia dice qualcosa di ancora più profondo: «Il Signore strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli». Il velo è ciò che impedisce di vedere. Ma che cosa ci impedisce di vedere? Che cosa copre il nostro volto e, nello stesso tempo, il volto degli altri e persino il volto di Dio?
Forse il velo più resistente è quello che abbiamo steso sulle nostre ferite. Ci abituiamo a vivere con ciò che ci manca, a chiamare maturità ciò che qualche volta è soltanto rassegnazione, a chiamare libertà ciò che talvolta è soltanto paura di avere bisogno di qualcuno. Ci convinciamo di non avere bisogno di essere amati, perché ammettere questo bisogno significherebbe riconoscere che non siamo autosufficienti. E così impariamo a difenderci proprio da ciò che potrebbe salvarci. Per questo le nozze sono una parola così potente. Una festa nuziale non dice semplicemente che c’è qualcosa da celebrare; dice che l’uomo è fatto per appartenere, per ricevere un amore che non si limita a sfiorarlo, ma che gli chiede di lasciarsi coinvolgere. Le nozze toccano il punto più delicato della nostra esistenza: il desiderio di essere scelti, conosciuti, accolti, amati nonostante la nostra fragilità. Ed è proprio qui che può apparire la nostra resistenza. Perché se Dio ci invita alla festa, allora dobbiamo ammettere di avere bisogno della festa. Se Dio viene a salvarci, dobbiamo ammettere di non bastare a noi stessi. Se Dio vuole asciugare le nostre lacrime, dobbiamo smettere di fingere che non ne abbiamo. Se Dio vuole strapparci il velo dal volto, dobbiamo consentirgli di mostrare anche quella parte di noi che preferiremmo tenere nascosta.
E tuttavia il Vangelo ci dice che proprio lì comincia la salvezza. «Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto». Che cosa significa questo se non che Dio non viene a giudicare la nostra ferita prima di guarirla? Non ci chiede di presentarci davanti a lui già guariti; ci chiede di lasciarci raggiungere. Non ci invita perché siamo perfetti; ci invita perché siamo suoi. Forse è questa la vera indegnità di cui parla il Vangelo: non essere peccatori, perché tutti lo siamo, ma rifiutare il dono perché ci sembra impossibile che possa essere davvero gratuito. L’uomo può arrivare perfino a preferire la propria solitudine alla sorpresa di essere amato. Può diventare talmente abituato alla propria tristezza da non fidarsi più della gioia. Può perfino considerare più sicura una vita senza attese che una vita aperta alla promessa. Ma Dio non si arrende. Continua a invitarci. Continua a venire ai nostri crocicchi. Continua a cercarci là dove siamo dispersi. E proprio perché ci conosce, sa che sotto il velo delle nostre difese rimane intatto un desiderio: quello di essere finalmente a casa.
Ed è qui che emerge la terza parola, quella decisiva.
La terza parola è: ABITO.
Il Vangelo racconta che, quando il re entra nella sala, vede un uomo che non indossa l’abito nuziale. È una pagina che può apparire severa e persino sconcertante, soprattutto dopo che il re ha fatto chiamare tutti, «cattivi e buoni». Se tutti sono stati raccolti ai crocicchi delle strade, perché mai viene chiesto ancora un abito?
Perché Gesù ci sta dicendo che la grazia è gratuita, ma non è irrilevante. Dio ci accoglie così come siamo, ma non perché vuole lasciarci così come siamo. L’amore che ci raggiunge vuole rivestirci di una vita nuova. L’abito nuziale non è il prezzo d’ingresso alla festa; è il segno che abbiamo accettato di lasciarci trasformare dalla festa. Non è qualcosa che possiamo esibire come un nostro merito, ma qualcosa che riceviamo e che dobbiamo permettere a Dio di far diventare la forma stessa della nostra vita.
Qui comprendiamo forse anche la preghiera della colletta: «O Padre, che inviti tutti gli uomini alle nozze del tuo Figlio, rivestici dell’abito nuziale e donaci di accogliere sempre le sorprese del tuo amore». È una preghiera bellissima perché non dice: Signore, rendici degni della tua festa. Dice: rivestici. Non dice: insegnaci a conquistarci la salvezza. Dice: donaci di accogliere. Il cristiano è colui che sa di vivere di un dono ricevuto. E qual è l’abito nuziale con cui Dio ci riveste? È Cristo stesso. È la vita del Figlio che ci viene donata perché possiamo imparare a vivere da figli. È il passaggio dall’esistenza ripiegata su sé stessa all’esistenza ricevuta e donata. È la fede che ci permette di dire, con san Paolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza». Non significa che il credente possa fare qualsiasi cosa, ma che non è più solo davanti a ciò che la vita gli domanda. La sua forza non nasce dalla sua autosufficienza, ma dalla presenza di un Altro. E allora comprendiamo la sorpresa più grande del banchetto: Dio non ci invita semplicemente a una festa, ma ci offre se stesso come compagno della festa. Il cristianesimo non è soltanto la promessa di un futuro felice; è la scoperta che Cristo è già presente dentro la nostra storia e che, là dove noi vediamo soltanto frammenti, Egli sta preparando una comunione. Forse oggi il Signore ci chiede proprio questo: di smettere di considerare la nostra vita come qualcosa che dobbiamo salvare da soli e di accettare che essa possa essere ricevuta come un invito. Forse ci chiede di permettere che venga strappato qualche velo, anche se per un momento questo può far male. Forse ci chiede infine di lasciarci rivestire, di accettare che il suo amore cambi il nostro modo di guardare noi stessi, gli altri, le nostre ferite, persino il nostro futuro. Perché la grande tentazione è quella di pensare che la felicità consista nel non avere più bisogno di nessuno. Il Vangelo ci annuncia invece che la felicità consiste nell’avere finalmente qualcuno con cui condividere la vita. E questo qualcuno è Dio stesso, che in Cristo viene a cercarci. Perciò la festa è già cominciata. Non perché tutto sia già compiuto, non perché le nostre lacrime siano già tutte asciugate, non perché ogni ferita sia già guarita, ma perché il Signore è entrato nella nostra storia e ha pronunciato il suo invito. La nostra parte non è costruire la festa, ma accoglierla. Non è meritare l’amore, ma lasciarsi amare. Non è nascondere le proprie ferite, ma permettere al Signore di attraversarle con la sua luce.
E allora possiamo comprendere la conclusione di Isaia come la parola che raccoglie tutto il cammino di questa domenica: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza». Ecco, in fondo, ciò che Dio desidera per noi: non semplicemente che diventiamo migliori, ma che diventiamo capaci di gioire della salvezza. Che impariamo nuovamente a stupirci. Che accettiamo di essere amati. Che ci lasciamo rivestire da Cristo. Che, quando la vita ci porta davanti a una porta che non avevamo previsto, non pensiamo subito che sia un ostacolo, ma sappiamo riconoscervi forse l’ennesima sorpresa del suo amore. Perché il Regno di Dio è questo: una festa preparata per noi da un Padre che non si rassegna alla nostra solitudine. E la Chiesa è la sala nella quale questa festa continua ad essere annunciata, finché tutti gli uomini possano scoprire che, dietro il velo delle loro paure e delle loro ferite, c’è un Dio che li attende. E forse il miracolo più grande non sarà soltanto entrare alla festa, ma arrivare un giorno a comprendere che Colui che ci ha invitati era già venuto a cercarci molto prima che noi imparassimo a cercarlo.
Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». (Mt 22,1-14)
