Dalla costa di Manapad alle parrocchie italiane: il viaggio di un “sacerdote pittore”, don Ambrose Petroni
“Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi.” – Gv 15,16
San Salvo Marina, Abruzzo – In un tempo dominato dalla velocità, da una società dove tutto è fluido, l’ascolto della testimonianza di don Ambrose Petroni è un ritorno al sacro, alla profondità della straordinarietà nella quotidianità dell’essere umano. Don Ambrose Petroni non è solo un sacerdote. È un ponte vivente tra culture, tempi, oceani. Un uomo che cammina accanto agli altri, senza clamore, con il cuore spalancato e le mani pronte ad accogliere.
Chi è don Ambrose Petroni e come nasce la tua fede?
Sono nato il 6 giugno 1984 a Manapad, un villaggio di 9.000 abitanti nell’India meridionale. Sono il terzo di tre figli, con due sorelle maggiori di 50 e 44 anni. A Manapad siamo tutti cattolici praticanti: la fede è vissuta profondamente e con gioia da tutta la comunità. La vita del paese ruota attorno alla pesca.
I miei genitori hanno sempre avuto una fede profonda. Mio padre, pescatore all’inizio, ha poi lavorato in un grande albergo. È sempre stato molto attivo in parrocchia e anche da piccolo mi portava sempre con sè a servire sull’altare: mi ha chiamato “Ambrose” per via del parroco locale, Amirtan – che, tradotto in inglese, significa appunto Ambrose.
Mia madre è stata la mia prima catechista. Casalinga e abile artigiana di cesti di foglie di palma, anche lei sempre attiva in chiesa. Nel mio paese ha vissuto San Francesco Saverio, che nel 1542 dimorò in una grotta oggi ancora visitabile, affacciata sul mare, da cui si attinge acqua potabile.
Ci sono dei momenti salienti in cui è maturata la tua vocazione?
Da bambino, tutti mi consideravano già “quasi un sacerdote”. Mi dicevano: “Ti devi comportare bene, non devi dire parolacce…”. Questo atteggiamento durò fino ai 12-13 anni. Con l’adolescenza arrivò un cambiamento: iniziai a sognare di diventare marinaio. Ma a 9 anni, quando la maestra ci chiese cosa volessimo fare da grandi, io risposi: “Sacerdote pittore”. Già allora amavo disegnare e il mio cuore era diviso tra creatività e vocazione.
Più tardi partecipai a un campo vocazionale, dove ascoltai le testimonianze di sacerdoti e seminaristi. Una frase mi colpì profondamente: “Venite e vedete”. Fu un invito che suscitò in me la curiosità proprio di “andare e vedere”. Iniziai due anni di formazione propedeutica: durante il giorno frequentavo una scuola simile a un indirizzo commerciale italiano (contabilità, economia, diritto), e nel pomeriggio tornavo al seminario minore.
Quali gli insegnamenti del seminario e come sono proceduti gli studi?
La formazione ci preparava a vivere la vita dei sacerdoti nel mondo, senza restarne distaccati: ci invitava a comprendere le sofferenze delle persone guardandole con gli occhi di Dio. Questo era fondamentale: non dovevamo vivere una vocazione “idealizzata”, ma incarnata nelle storie reali di chi avremmo servito.
Dopo quei due anni, mi trasferii a Tuticorin, dove la vocazione si faceva più impegnativa. Anche se ero l’unico maschio della famiglia, i miei genitori mi permisero di continuare. Mia madre disse: “Se il Signore lo chiama, chi siamo noi per impedirglielo? Lo abbiamo affidato al Signore, ed Egli provvederà. La gioia non deve mai mancare.”
Hai mai avuto dubbi sulla tua scelta vocazionale?
Nel secondo campo vocazionale arrivarono i dubbi. Durante una celebrazione in cui un diacono si prostrava, mi chiesi: “È questo ciò a cui sono chiamato? Umiliarmi per Te?”. Superai il dubbio e, a 16 anni, presi una decisione ferma: “Se Tu mi chiami, io ti dono il mio sì.”
Seguirono tre anni di studi più approfonditi, dove ero tra gli studenti più brillanti. Entrai nel seminario maggiore e, contemporaneamente, frequentai l’Università, laureandomi in Letteratura Inglese. Quel periodo mi ha aiutato tanto a comprendere meglio i miei genitori e a maturare nel mio cammino cosa significava a vivere nel mondo senza essere del mondo.
Cosa significa per una famiglia indiana avere un figlio sacerdote?
Quando torno a casa, cerco sempre di aiutare i miei genitori, consapevole dei sacrifici che hanno fatto. In India, quando un figlio diventa sacerdote, il distacco dalla famiglia è profondo, pur rimanendo i legami d’amore. Non torna a casa nei week end o ogni giorno anche se vicini fisicamente. La comunità parrocchiale diventa la nuova famiglia, proprio come accade in un matrimonio: il legame con la famiglia d’origine resta, ma si trasforma.
Dopo l’Università, ho vissuto un anno di esperienza istituzionale: sei mesi in un istituto e sei mesi in parrocchia. Lì iniziai io stesso a invitare i ragazzi dicendo: “Venite e vedrete.” Avevo la responsabilità della gestione economica e della rendicontazione.
Quando l’ordinazione sacerdotale e quale e dove i tuoi primi servizi da sacerdote?
Nel 2009, entrai nel Seminario Pontificio Papale. Il 14 dicembre 2014 fui ordinato diacono, e il 3 maggio 2015 diventai sacerdote.
Due anni dopo, il mio vescovo mi chiese di servire in una parrocchia a Pisa, in Italia. Non conoscevo l’italiano, e il pensiero di partire mi pesava. Ma obbedii ripensando proprio a san Francesco Saverio anche lui aveva lasciato tutto per venire in missione da noi! Rimasi tre anni, con solo un mese di studio della lingua prima di partire. Continuai il mio cammino nel segno del “andare e vedere”.
Nel 2019, durante il COVID, chiesi al vescovo di poter tornare in India per salutare un amico e confortarne la famiglia. Nel 2022, fui richiamato in Italia, nella parrocchia della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo a San Salvo Marina. Nonostante la nostalgia per la mia terra, qui mi sono sentito accolto. Per molti sono diventato un figlio, un fratello, un amico: “Mi hanno fatto sentire uno di noi.”
Quale servizio del tuo ministero sacerdotale ami di più?
La mia gioia più grande come sacerdote è camminare con gli altri e mettermi in ascolto.
Qual è il tuo passo di Vangelo preferito?
Il passo del Vangelo che porto nel cuore è: “Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi.”
E il momento liturgico che ami di più?
La Consacrazione dell’Eucaristia. Per me è il mistero più profondo: noi, uomini pieni di imperfezioni, diventiamo strumenti della Grazia, perché, attraverso le nostre parole, il pane diventa divino in una piccola ostia.
