“Vivi la vita come una madre in attesa”

(Commento al vangelo di don Simone Calabria)

Ia DOMENICA DI AVVENTO A (Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44)

Il profeta Isaia apre l’Avvento come un maestro del desiderio e dell’attesa; Gesù riempie la nostra attesa.

“Attesa e attenzione”, hanno la stessa radice: “tendere a”, “rivolgere mente e cuore verso qualcosa”, che manca e che si fa vicino e cresce. Sono le madri a conoscere bene il senso dell’attesa, che la imparano nei nove mesi portando nel grembo una nuova creatura. “Attendere” è l’infinito del verbo “amare”.

L’Avvento è un tempo di “incamminati”: tutto si fa più vicino e quindi si abbreviano le distanze…Dio si rende visibile a noi, noi agli altri, io a me stesso. Perciò questo giorno ha un grazia speciale, ci fa’ riscoprire la bellezza di essere tutti in cammino.

Ma in cammino verso dove? C’è una mèta comune? E qual è questa mèta? Il Signore ci risponde attraverso il profeta Isaia, e dice così: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”.

La mèta comune da raggiungere è Gerusalemme, dove sorge il tempio del Signore, è da dove è venuta la salvezza.

Dice ancora il profeta: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”. Ma quando accadrà questo? Quei giorni sono venuti. Ma noi siamo curvi su noi stessi e sui nostri problemi da rischiare di non accorgercene. 

L’Avvento viene a scuoterci dal nostro intontimento perché non ci sovrasti uno stile di vita nel buio e triste. Le parole di S. Paolo e del Vangelo vengono a scuoterci: “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti…Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie..”. Per questo motivo: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”.

Carissimi, “vegliare” è sentire il vuoto di un’assenza, e questo ci porta ad invocare la Sua presenza, a tenere lo sguardo fisso su Gesù, riscoprire il tempo presente come ricco di significato, luogo della speranza. Quindi, la nostra vigilanza, la nostra attesa, si alimenta nella preghiera.

Il rischio di ogni giorno è vivere una vita “addormentata”, passivi, incapace di cogliere arrivi ed inizi, di vedere la vita come una madre in attesa, piena di luce; una vita distratta e senza attenzione.

Bisogna vivere attenti. Ma a che cosa? Attenti ai bisogni della nostra società, alle persone, al nostro prossimo, alle parole che usiamo, ai silenzi, alle domande mute senza senso, ad ogni offerta di tenerezza, di bellezza, ad essere una Chiesa “attenta” e stupirci perché Gesù viene a incontrare proprio noi!

Dobbiamo essere “attenti” a ciò che accade nel nostro cuore e nella realtà in cui viviamo e ci muoviamo.

Il modello di questo atteggiamento spirituale dell’attesa, di questo modo di essere e di camminare nella vita, è la Vergine Maria. Una semplice ragazza di paese, che porta nel cuore tutta la speranza di Dio! Nel suo grembo, la speranza di Dio si è fatta carne, si è fatta uomo: Gesù Cristo.

Il suo Magnificat è il cantico del Popolo di Dio in cammino, e di tutte le persone che sperano in Dio, nella potenza della sua misericordia. Lasciamoci guidare da lei, che è madre, è mamma e sa come guidarci in questo tempo di attesa e di vigilanza operosa. Amen.

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