Riusciamo a entrare nel mistero della croce contemplando le nostre croci e a vivere per amore?
Commento al Vangelo di don Andrea Manzone
Il nome altisonante della festa liturgica di quest’oggi non deve far dimenticare che la croce, anche dopo duemila anni di cristianesimo, rimane lo scandalo principale della fede cristiana agli occhi del mondo.
Se una persona completamente estranea al cristianesimo entrasse in una delle nostre chiese e vedesse il crocifisso al centro dei nostri altari, si chiederebbe perché mai lo sguardo debba concentrarsi su un uomo ucciso mediante un atroce strumento di tortura. Potremmo recuperare questo sguardo stupito (e in alcuni casi orripilato) sostituendo le nostre croci con una ghigliottina o una sedia elettrica!
La croce dunque crea scandalo e, spesso, la vita di fede di molti cristiani altro non è che un dribbling tra croci.
La prima lettura di oggi invita a volgere lo sguardo e a contemplare la croce e il crocifisso nella sua inconsueta e respingente bellezza, misticamente significato dal serpente issato sull’asta.
Ed è significativo che ciò che uccide gli israeliti va prima di tutto innalzato e guardato: si entra nel mistero della croce contemplando le nostre croci, le nostre sofferenze, le nostre morti e il nostro peccato. Il celebre inno cristologico di Paolo (Fil 2,6-11) ci fa proseguire questo cammino contemplativo nella direzione discendente e ascendente, il cui punto minimo è proprio «la morte di croce».
La croce non fu un incidente di percorso nel cammino di Cristo; fu invece abbracciata, accolta e portata con virile amore da parte del Salvatore. Non solo la morte, ci ricorda l’inno, ma la morte più infamante, proprio perché nessun uomo o donna, afflitto dalla croce, potesse sentirsi solo nel fondo del baratro in cui il peccato spinge.
Ed infine il vangelo di Nicodemo, nato da una notte di dialogo tra un uomo in crisi e il Figlio di Dio, svela la chiave di volta di questa morte così infamante: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Solo gli occhi della fede sono in grado di penetrare il dolore, il sangue, gli sputi e il rifiuto per arrivare al Crocifisso che sceglie per sé la morte più disonorevole non per amore del dolore ma per l’immensa passione degli uomini.
Esaltare la croce e con essa il crocifisso significa in fondo scegliere di vivere per amore, fino al dono totale di sé.
Oggi non è l’esaltazione del dolorismo: il dolore non ha mai salvato nessuno. Oggi è il giorno in cui la croce, luogo plastico della morte, del “profondo”, del peccato e dello smarrimento infamante, può divenire trampolino di grazia se anche noi, come Cristo, la viviamo come luogo di affidamento al Padre e di amore puro, senza limiti e senza confini.
E tu, quale croce sei chiamato ad abbracciare? Proviamo oggi a dare un nome concreto alla nostra croce, ossia al nostro luogo di morte che diviene amore. Può essere il nome del nostro coniuge, di un nostro figlio che ci sta dando problemi, di una malattia grave e dolorosa, oppure una croce interiore, come l’ansia, la depressione, l’angoscia… tutto chiediamo al Signore che venga trasformato in grazia!
Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». (Gv 3,13-17)
