Perché l’uomo può arrivare a desiderare non soltanto di fare a meno dei doni di Dio, ma di fare a meno di Dio stesso?
Catechesi di don Guido Carafa
Fratelli e sorelle carissimi, che cosa accade quando ciò che abbiamo ricevuto come un dono comincia a sembrarci qualcosa che ci appartiene, fino a farci dimenticare che ci è stato affidato? È questo il dramma nel quale la Parola di questa domenica ci introduce: la vigna è stata ricevuta, custodita e coltivata, ma i vignaioli arrivano a considerarsi padroni, fino a rifiutare e uccidere il Figlio, perché è l’erede. Eppure proprio là dove l’uomo sembra chiudere la storia nel rifiuto, Dio la riapre nella risurrezione: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo».
La domanda, allora, non è soltanto se portiamo frutto, ma se sappiamo riconoscere da dove viene ciò che siamo e a chi appartiene ciò che abbiamo ricevuto, perché il Vangelo ci rivela che la vera libertà non nasce dal possesso, ma dall’accoglienza, e che la grandezza dell’uomo non consiste nel diventare padrone, ma nel riconoscersi figlio.
I. Proprietà
Il dramma dei vignaioli comincia nel momento in cui ciò che è stato loro affidato cessa di essere percepito come un dono e diventa qualcosa da possedere. La vigna è stata loro consegnata perché la coltivassero, perché la custodissero, perché al tempo opportuno ne consegnassero i frutti; ma nel loro cuore avviene una trasformazione decisiva: l’affidamento viene sostituito dalla pretesa, la responsabilità dal possesso, il servizio dal dominio. E allora comprendiamo la violenza inaudita della loro decisione: «Costui è l’erede; venite, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità». Essi non uccidono semplicemente un uomo che viene a reclamare dei frutti; vogliono eliminare l’erede perché, eliminando l’erede, pensano di poter eliminare colui al quale appartiene la vigna. È questa la radice profonda della loro ribellione: non vogliono più vivere davanti a un proprietario, perché vogliono essere loro i proprietari. Qui la parabola tocca un punto misterioso e terribile della libertà umana, perché l’uomo può arrivare a desiderare non soltanto di fare a meno dei doni di Dio, ma di fare a meno di Dio stesso, affinché nessuno possa più ricordargli che la vita è stata ricevuta. Il peccato, nella sua forma più profonda, non consiste soltanto nel fare ciò che è male, ma nel voler sottrarre la propria esistenza alla relazione con Colui dal quale essa proviene, trasformando la libertà in autosufficienza e il dono in possesso. Questa tentazione può assumere forme molto diverse e talvolta persino rispettabili, perché possiamo possedere non soltanto le cose, ma anche le persone, le relazioni, le responsabilità, i ruoli, le nostre idee, la nostra immagine, perfino la nostra esperienza religiosa, quando smettiamo di considerare tutto ciò come qualcosa che ci è stato affidato e cominciamo a usarlo per affermare noi stessi. La vigna, però, non ci appartiene in modo assoluto, e proprio per questo la nostra responsabilità è grande. Dio non ci chiede di essere proprietari della vita, ma custodi; non ci chiede di trattenere il frutto, ma di riconoscere che ogni fecondità autentica nasce da un dono che ci precede. La maturità cristiana comincia precisamente quando l’uomo smette di domandarsi «che cosa posso possedere?» e comincia a domandarsi «che cosa mi è stato affidato perché possa portare frutto?».
II. Figlio
Ed è qui che la parabola compie un salto vertiginoso, perché il padrone della vigna, dopo aver mandato i suoi servi e averli visti rifiutare, maltrattare e uccidere, compie un gesto che supera ogni nostra misura: «Da ultimo mandò loro il proprio figlio, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”». Questo è il punto nel quale la parabola smette di essere soltanto una storia sulla vigna e diventa rivelazione del mistero di Cristo. Il Figlio viene mandato non semplicemente come un altro messaggero, ma come l’Erede, come colui nel quale è presente la relazione stessa tra il Padre e l’umanità. E proprio perché è l’Erede, proprio perché la sua presenza rende impossibile ogni illusione di possesso assoluto, i vignaioli decidono di eliminarlo. Ma ciò che è terribile per l’uomo diventa il luogo nel quale Dio manifesta la profondità del suo amore. L’uomo uccide il Figlio per poter dire «la vigna è nostra»; Dio consegna il Figlio affinché l’uomo possa finalmente comprendere che la vera eredità non è il possesso della vigna, ma la partecipazione alla vita del Figlio. Questo è il paradosso cristiano: l’uomo pensa di diventare libero liberandosi dal Padre, mentre Cristo ci rivela che la libertà più grande nasce precisamente dal riceversi dal Padre. Noi siamo tentati di pensare che dipendere da qualcuno significhi essere meno liberi; il Vangelo ci mostra invece che esiste una dipendenza che non umilia, ma genera, perché nessuno di noi si è dato la vita da sé e nessuno può diventare pienamente sé stesso se non accettando di essere stato voluto, chiamato e amato. Ed è qui che possiamo comprendere una verità decisiva: essere amati non è una dipendenza, ma è il dono grande della nobiltà. Perché essere amati significa essere stati riconosciuti come preziosi prima ancora di poter dimostrare qualcosa, significa ricevere un valore che non dipende dalla prestazione, dal successo, dal consenso degli altri o dalla capacità di imporsi. Il figlio non deve conquistare il diritto di essere figlio: lo riceve. E proprio perché lo riceve, può diventare adulto, responsabile, libero. La nostra cultura, in molti modi, ci insegna che dobbiamo costruire da soli il nostro valore, difenderlo, dimostrarlo, conquistarlo; il Vangelo annuncia invece che la dignità più profonda dell’uomo è ricevuta, e che soltanto chi accetta di essere amato può diventare veramente capace di amare. Per questo il Figlio viene fino alla croce. Cristo è colui che viene scartato perché è l’Erede, ma proprio la sua esclusione diventa il luogo della nostra accoglienza; proprio la pietra rifiutata diventa la pietra d’angolo; proprio colui che gli uomini vogliono espellere dalla vigna diventa colui sul quale Dio fonda una nuova umanità. «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo». Queste parole custodiscono il cuore della nostra speranza: ciò che noi scartiamo, Dio può trasformarlo; ciò che noi consideriamo fallimento, Dio può assumere dentro una storia più grande; ciò che sembra una fine può diventare, nelle sue mani, un nuovo principio.
III. Affidamento
E allora comprendiamo anche la parola conclusiva di Gesù: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Il regno viene affidato a coloro che sanno portare frutto, ma il frutto evangelico non nasce dal possesso, bensì dall’affidamento. Portare frutto significa vivere riconoscendo che la nostra vita non è un territorio da difendere, ma una terra da consegnare; significa lasciare che ciò che abbiamo ricevuto diventi dono per qualcun altro; significa permettere all’amore ricevuto di non fermarsi in noi, ma di diventare pazienza, misericordia, perdono, responsabilità, fedeltà e speranza. Forse per questo tutti conosciamo l’esperienza degli «acini acerbi». Ci sono stagioni della vita nelle quali ci accorgiamo che qualcosa in noi non è maturato, nelle quali avvertiamo la sproporzione tra ciò che avremmo voluto essere e ciò che realmente siamo; e questa esperienza diventa ancora più dolorosa quando la nostra immaturità ci viene rimproverata o giudicata da altri. Ma il Vangelo ci invita a non confondere la maturità con l’autosufficienza, perché maturare non significa arrivare al punto di non aver più bisogno di nessuno, ma arrivare al punto di saper ricevere senza vergogna e di saper donare senza possedere. La vera maturità cristiana è quella del figlio che può finalmente dire: ciò che sono l’ho ricevuto, ciò che possiedo mi è stato affidato, ciò che posso fare è frutto di una grazia che mi precede. E questa consapevolezza non impoverisce l’uomo, ma lo libera, perché chi sa di essere amato non ha più bisogno di possedere gli altri per sentirsi qualcuno, non ha più bisogno di dominare per sentirsi forte, non ha più bisogno di difendere continuamente la propria immagine, perché la propria dignità non nasce più dallo sguardo degli uomini, ma dallo sguardo del Padre. Ecco perché Paolo può dirci: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti». L’angoscia nasce spesso dalla pretesa di dover tenere tutto nelle nostre mani; l’affidamento nasce invece dalla certezza che la nostra vita è nelle mani di un Altro, e che quelle mani non sono mani di un padrone che vuole sottrarci qualcosa, ma le mani di un Padre che ci ha già consegnato il dono più grande, il suo Figlio. Fratelli e sorelle, forse oggi il Signore non ci chiede anzitutto quanto abbiamo prodotto, quanto siamo stati efficienti o quanto siamo riusciti a essere perfetti; ci chiede se abbiamo riconosciuto il Figlio. Perché soltanto davanti al Figlio possiamo comprendere chi siamo veramente: non proprietari della vigna, ma custodi; non padroni della vita, ma figli; non uomini chiamati a conquistare il proprio valore, ma creature che hanno ricevuto la nobiltà di essere amate. E allora possiamo guardare anche alle nostre terre più povere, alle nostre sterilità, alle nostre ferite e ai nostri acini ancora acerbi senza disperare, perché Cristo, la pietra scartata diventata pietra d’angolo, ci insegna che Dio non abbandona ciò che noi consideriamo perduto, ma continua a lavorarlo con la pazienza dell’amore. La vigna è sua, il Figlio è stato donato, e noi siamo chiamati a portare frutto; ma il frutto più vero sarà forse proprio questo, che finalmente impariamo a vivere non come proprietari impauriti, ma come figli liberi, capaci di ricevere, di affidarsi e di restituire nell’amore ciò che dall’amore abbiamo ricevuto.
Amen.
Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». (Mt 21,33-43)
