Oggi si celebra la 3a Giornata mondiale del povero: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”

Oggi si celebra la 3a Giornata mondiale del povero e sul foglietto della messa (https://www.la-domenica.it/xxxiii-domenica-del-tempo-ordinario-c/), una delle intenzioni di preghiere è per i carcerati: “…La «Giornata del povero» ci ricorda che i carcerati sono poveri: poveri di libertà, poveri di speranza, poveri di opportunità di riscatto… ” (don Luigi Alessandria).

Tutti noi pensiamo che se un uomo sta in carcere è perché se l’è cercata.

Una volta mi chiedevo perché tra le buone azioni apprezzate da Dio c’è la visita al carcerato. Solo dopo essere entrata in un carcere ed averli guardati negli occhi ho capito il perché. Il carcere è un luogo di sofferenza immane per diversi aspetti e dove allo stesso tempo può sovrabbondare una grande umanità.

La dottoressa Maria Giuseppina Rossi, il funzionario giuridico-pedagogico della Casa Circondariale di Vasto, in questa intervista ci avvicina a questo mondo sconosciuto.

Qual è il suo ruolo e da quanto tempo lavora alla casa circondariale?

Svolgo le mansioni di Funzionario giuridico-pedagogico – quello che sino a qualche anno fa si chiamava educatore –  e lavoro presso l’Istituto penale di Vasto da circa 10 anni. In precedenza ho lavorato, sempre come Educatore, nell’ambito della Giustizia Minorile, da ultimo presso l’Ufficio di Servizio Sociale Minorenni di Pescara  e prima ancora presso il Centro di Prima Accoglienza-Comunità per Minori di Taranto, mia prima sede di servizio.

Qual è la realtà del carcere di Vasto?

L’Istituto di Vasto è attualmente  una Casa di lavoro  con annessa Sezione  Circondariale: ospita, pertanto, soprattutto internati, ossia  soggetti che hanno  già scontato pene detentive più o meno lunghe e  sono ora sottoposti alla misura di sicurezza della casa di lavoro. Presupposto per l’applicazione di questa misura, così come delle altre misure di  sicurezza, in particolare quelle detentive,  è il giudizio di pericolosità sociale, cui possono concorrere  situazioni di patologia (tossico o alcol dipendenza, problematiche psicologiche o psichiatriche), numero/gravità  dei precedenti penali o, non di rado, l’assenza di risorse alloggiative e/o di validi riferimenti affettivi nel territorio di residenza. In un distinto immobile, l’Istituto ospita anche  detenuti, ossia soggetti che scontano una pena detentiva  o sono sottoposti a custodia cautelare nell’ambito di un procedimento penale non ancora definito.

Quali difficoltà incontra nel suo lavoro?

Rispetto alla tipologia dei distretti con cui ho lavorato in precedenza (minori, detenuti adulti), gli internati rappresentano sicuramente un’utenza più problematica: l’età media è più alta (40 – 50 anni). In molti casi, lunghe e penetranti esperienze di istituzionalizzazione  hanno determinato situazioni di   marginalità sociale difficili da scardinare, e questo   sia nella prospettiva degli operatori penitenziari che nella stessa visione degli interessati, che faticano ad immaginare  una vita diversa da quella che hanno sperimentato in precedenza.

Come si può essere utili a queste persone? Se qualcuno vuole venire a fare volontariato in carcere cosa deve fare? Ci sono delle associazioni a cui appoggiarsi eventualmente?

La partecipazione della Comunità esterna e della società civile all’azione rieducativa è prevista e sostenuta dalla normativa penitenziaria.  Chi lo desidera può inviare una lettera  al Direttore, nella quale fornisce i propri dati  anagrafici,  le motivazioni che sottendono  alla scelta di svolgere attività di volontariato in carcere e il settore in cui essa potrebbe concretizzarsi (es. musica, cineforum, etc.). Si verrà poi contattati da un operatore e si potrà concordare un incontro diretto. Il volontariato in carcere è possibile sia per i singoli sia per le associazioni.

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