L’albero nuovo

Terza settimana del Tempo Ordinario – Venerdì

Commento al Vangelo di Marco 4,26-34

A cura di Don Giovanni Boezzi

Carissimi, coloro ai quali è stato confidato il mistero del regno (v. 11), condividono le prospettive di Cristo. Da un piccolo seme nasce un arbusto grande: la cosa piccola e umile può nascondere un destino di gloria, se viene colto il valore. Però siamo anche capaci di ridurre la potenza del piccolo seme, facendone una parabola campestre. Sono cose non prive di grazia e di verità, che però ci possono rimanere attaccate all’esterno, come le scritte di un foulard o di certe camicie cifrate, da portarsi dietro.

Proviamo a rovesciare la situazione e guardiamo l’albero. Domandiamoci anzitutto se ne siamo sorpresi e meravigliati, come Gesù che ce lo descrive. Esso accoglie generazioni intere di piccoli e liberi figli della luce, che sfrecciano nell’aria e la dominano. È vivo e misterioso. Sovrasta l’orto, promana ombra, riposo e speranza. È  il regno di Dio grande nella speranza, punti di partenza per voli senza confine, riposo profondo come l’orizzonte. Sta oltre l’arsura di un tempo arido di divorarci e di ardere a nostro danno, ma è anche dentro al nostro tempo. È celeste, ma stabile sulla terra, in cui affonda radici sconosciute e potenti. Non può essere sradicato, ma è sorgente di ogni andare. Questo albero nuovo è l’opposto dell’albero del paradiso terrestre, che parlava di tentazione: esso infatti parla della speranza. Bisogna credere nella sua qualità e vederlo realizzato in mezzo al mondo per la presenza di Cristo (cf. 1,15).

Ma dove e come è già qui? Nella città dell’uomo, deserta, senza alcun albero? La speranza è illusione? No, ma occorrono criteri di riconoscimento, metodi di ricerca. L’empirismo spirituale non lo sa indicare. Ci è necessaria una spiritualità, una genialità religiosa: appunto quella del regno.

Non è piccolo perché lezioso e grazioso. È il divino nella sua immensa semplicità. Luce abbagliante, pienezza di dono, ricchezza infinita, ma totalmente diversa. Ricchezza non come la concepisce l’uomo carnale, ma grandezza del creatore, che sulla paglia del presepio e sul legno della croce, passando attraverso l’umiltà dell’annuncio evangelico, fatto anche per questo in parabole (vv. 33s.), senza essere esautorato della sua gloria se non dai presuntuosi.

(Silvano Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Marco, EDB 2017)

Oggi prego con il Salmo 36.

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Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34)

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

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