La conversione comincia precisamente quando l’uomo scopre che può andare oltre sé stesso
(Catechesi di don Guido Carafa)
Fratelli e sorelle,
la parabola dei due figli chiamati dal padre a lavorare nella vigna è una di quelle pagine evangeliche che conosciamo bene e che, proprio per questo, rischiano di non sorprenderci più. Eppure, ogni volta che la ascoltiamo, essa torna a porci davanti a una domanda che riguarda il punto più profondo della nostra vita: che cosa significa davvero compiere la volontà di Dio? Un padre si rivolge ai suoi due figli e dice a entrambi la stessa cosa: «Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna». Il primo risponde di no, ma poi si pente e va; il secondo risponde prontamente: «Sì, signore», ma poi non va. E Gesù, al termine del racconto, non chiede quale dei due abbia parlato meglio, quale abbia avuto la reazione più educata o quale abbia mostrato maggiormente le apparenze dell’obbedienza. Chiede semplicemente: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». La domanda sembra semplice, ma in realtà ci conduce dentro il mistero della libertà e della conversione.
La prima parola che possiamo consegnare al nostro cuore è dunque ascolto. Il padre parla e chiama il figlio. È significativo che non gli dica semplicemente «vai», ma gli dica anzitutto «figlio». Prima ancora di affidargli un compito, gli ricorda la sua identità. Prima della missione viene la relazione; prima di ciò che dobbiamo fare viene ciò che siamo davanti a Dio. La vita cristiana non nasce dalla paura di un padrone, ma dalla relazione con un Padre. Noi non siamo chiamati a lavorare nella vigna per diventare figli, ma perché siamo già stati accolti come figli. Ed è proprio da qui che dobbiamo imparare ad ascoltare la voce di Dio. Il problema, infatti, è che spesso noi ascoltiamo molte voci, ma non sappiamo più distinguere quella che conduce alla vita. Ascoltiamo le nostre paure, le nostre stanchezze, le nostre delusioni, le nostre aspettative, i nostri desideri e le nostre resistenze, e talvolta finiamo per considerare ciò che sentiamo dentro di noi come se fosse automaticamente la verità. Ma il Vangelo ci insegna una cosa molto più delicata e molto più profonda: ciò che sentiamo è reale, ma non tutto ciò che sentiamo può diventare la misura ultima delle nostre decisioni. Il primo figlio dice sinceramente: «Non ne ho voglia». Non c’è bisogno di nascondere la verità del suo sentimento. Egli non ha voglia di andare, e lo dice. Ma la sua prima reazione non diventa la sua ultima parola.
Ed è qui che appare la seconda parola: conversione. Il primo figlio, dopo aver detto di no, entra in quello spazio interiore nel quale l’uomo può tornare sui propri passi. Matteo usa un verbo molto significativo, metamelomai, che indica un cambiamento interiore, un ripensamento, quasi un passaggio oltre la propria prima reazione. Quel figlio scopre che ciò che sentiva in quel momento non era sufficiente per decidere tutta la sua vita. Ed è una scoperta che riguarda profondamente anche noi. Quante volte abbiamo confuso la nostra prima reazione con la verità definitiva su una situazione? Quante volte abbiamo pensato: «Io sono fatto così», «non posso cambiare», «non riesco a perdonare», «non è il momento», «non me la sento», «non ho più niente da dare»? Il Vangelo non ci chiede di negare la nostra umanità, né di diventare persone incapaci di provare fatica, paura o resistenza. Ci chiede qualcosa di più grande: ci chiede di non consegnare la nostra libertà alla nostra prima reazione. La conversione comincia precisamente quando l’uomo scopre che può andare oltre sé stesso, quando accetta che la verità di Dio sia più grande della percezione che in quel momento egli ha di sé e della realtà. Questo è uno degli aspetti più belli della misericordia di Dio: il Signore non identifica mai una persona con la sua prima risposta. Il nostro «no» non è necessariamente la nostra ultima parola. Il nostro errore non è necessariamente il nostro destino. Il nostro passato non ha il potere di chiudere il futuro che Dio continua ad aprire davanti a noi. Per questo la conversione cristiana non è semplicemente il rimorso per ciò che abbiamo fatto, ma è la scoperta che possiamo ancora cambiare direzione perché la grazia di Dio è più grande della nostra incoerenza. Il profeta Ezechiele lo esprime con parole di straordinaria speranza: «Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». Dio guarda all’uomo non soltanto per quello che è stato, ma per la direzione verso la quale il suo cuore può ancora rivolgersi. E questo significa che nessuno di noi è prigioniero per sempre della propria storia, se accetta di lasciarla abitare dalla misericordia. Ma la parabola ci mette davanti anche al secondo figlio, quello che dice subito «sì». È una parola corretta, una parola rispettosa, una parola apparentemente religiosa. E tuttavia rimane soltanto una parola. Qui il Vangelo ci mette in guardia da una tentazione sottile, forse più sottile persino del rifiuto aperto: quella di confondere la fede con le parole della fede. Si può dire «sì, Signore» e continuare a vivere come se Dio non avesse mai parlato. Si può conoscere il linguaggio della fede, frequentare la Chiesa, pronunciare preghiere, parlare di Dio e tuttavia non lasciare che la sua Parola raggiunga concretamente le decisioni della nostra esistenza. Per questo Gesù non domanda chi abbia pronunciato la risposta più bella, ma chi abbia compiuto la volontà del Padre. Nel Vangelo, infatti, la verità dell’uomo non si misura soltanto da ciò che egli dice, ma dalla direzione nella quale conduce la propria vita.
Ed è qui che comprendiamo la terza parola: obbedienza. Una parola che oggi può sembrare difficile, perché spesso la intendiamo come il contrario della libertà. Ma nel Vangelo l’obbedienza di Cristo ci mostra esattamente il contrario. San Paolo, nella Lettera ai Filippesi, ci conduce al cuore del mistero quando dice che Cristo «svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce». L’obbedienza di Gesù non è la rinuncia alla sua libertà, ma è la forma più alta della sua libertà, perché Egli vive la propria esistenza come una risposta d’amore al Padre. Cristo non obbedisce perché schiacciato da una volontà estranea, ma perché nel suo essere Figlio scopre che la libertà raggiunge la sua pienezza quando diventa dono. E forse qui tocchiamo qualcosa di decisivo anche per la nostra vita spirituale. Noi spesso pensiamo di essere veramente liberi quando possiamo fare ciò che sentiamo. Il Vangelo ci conduce invece verso una libertà più grande: quella di poter scegliere il bene anche quando il nostro sentimento immediato ci spingerebbe altrove. Non significa diventare insensibili, né vivere contro la propria umanità; significa imparare ad ascoltare ciò che sentiamo senza permettere che ciò che sentiamo abbia sempre l’ultima parola. Gesù stesso, nel Getsemani, attraversa il dramma dell’angoscia e della sofferenza; non elimina la propria umanità per essere obbediente al Padre. La assume fino in fondo e, proprio dentro quella umanità ferita dalla paura, pronuncia il suo sì: «Non sia fatta la mia volontà, ma la tua». Questa è l’obbedienza cristiana: non la distruzione della volontà umana, ma la sua trasformazione nell’amore. Per questo San Paolo può dire: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Non si tratta soltanto di imitare dall’esterno alcuni comportamenti di Gesù, ma di permettere che Cristo trasformi progressivamente il nostro modo di sentire, di desiderare, di giudicare, di scegliere e di amare. La grazia non ci rende meno umani; ci rende umani in modo più vero. Lo Spirito Santo non viene a cancellare la nostra sensibilità, ma a purificarla e a dilatarla, fino a renderla capace di entrare nella sensibilità stessa di Cristo. È questo il cammino della santità: imparare lentamente a desiderare ciò che Cristo desidera, a vedere con i suoi occhi, a soffrire davanti a ciò davanti a cui egli soffre, a gioire di ciò di cui egli gioisce e soprattutto ad amare con la misura del suo amore.
E allora la parabola di oggi diventa una domanda rivolta personalmente a ciascuno di noi. Dove si trova oggi il mio cuore? Sono forse il figlio che dice di no perché Dio mi chiede qualcosa che non coincide con ciò che in questo momento desidero? Oppure sono il figlio che sa dire molte parole giuste, ma fatica a tradurle in una vita concreta? Forse, in realtà, ciascuno di noi porta dentro di sé entrambi questi figli. Ci sono momenti nei quali diciamo no a Dio e poi troviamo la forza di tornare, e ci sono momenti nei quali pronunciamo un sì con le labbra, mentre il cuore rimane altrove. Per questo il Vangelo non ci invita a giudicare quale dei due siamo, ma a lasciarci trasformare dal Padre. La buona notizia è che Dio continua a venire incontro ai suoi figli e continua a dire: «Va’ oggi a lavorare nella vigna».
È importante quel piccolo avverbio: «oggi». Dio non ci chiede di tornare indietro nel tempo per correggere ciò che abbiamo fatto. Non ci chiede neppure di aspettare un domani nel quale saremo finalmente perfetti, finalmente pronti, finalmente degni. Ci chiama oggi. Oggi è il tempo della grazia. Oggi possiamo cambiare una direzione. Oggi possiamo chiedere perdono. Oggi possiamo perdonare. Oggi possiamo riprendere una responsabilità che avevamo abbandonato. Oggi possiamo smettere di rimandare quella parola che sappiamo di dover pronunciare. Oggi possiamo tornare nella vigna. E forse il nostro «sì» più vero non sarà un sì trionfante, pronunciato da chi pensa di avere finalmente risolto tutto. Sarà piuttosto il sì umile di chi riconosce la propria fragilità e tuttavia si affida alla grazia: «Signore, non so se ne ho voglia, non so se ne sono capace, non so se il mio cuore è pronto; ma mi fido di te». È un sì povero, ma proprio per questo può diventare un sì autentico. Perché la fede non consiste nel non avere più resistenze, ma nel permettere a Dio di attraversare anche le nostre resistenze e di trasformarle. Alla fine, dunque, la parabola dei due figli non è semplicemente una lezione morale sulla coerenza. È una finestra aperta sul volto di Cristo. In Lui vediamo il Figlio che ascolta il Padre, il Figlio che si consegna al Padre, il Figlio nel quale la libertà diventa amore e l’obbedienza diventa dono. E proprio perché Cristo ha vissuto fino in fondo questa obbedienza, noi possiamo imparare a viverla. Non siamo soli nella vigna. Il Signore che ci chiama è lo stesso Signore che ci precede, ci sostiene e opera dentro di noi.
Chiediamo allora al Signore tre grazie: la grazia dell’ascolto, perché possiamo riconoscere la sua voce in mezzo alle molte voci che abitano il nostro cuore; la grazia della conversione, perché non consideriamo mai definitivo un nostro «no» e lasciamo che la sua misericordia ci faccia cambiare direzione; e infine la grazia dell’obbedienza, perché possiamo scoprire che la vera libertà non consiste nel fare semplicemente ciò che sentiamo, ma nel diventare capaci di amare ciò che Dio ama. Così, lentamente, potranno diventare veri anche per noi quei sentimenti di Cristo Gesù di cui parla l’Apostolo. E la vigna nella quale il Padre ci manda non sarà più soltanto il luogo della nostra fatica, ma il luogo della nostra trasformazione; il luogo nel quale impariamo che la vita ricevuta da Dio raggiunge la sua pienezza quando diventa, come quella del Figlio, una vita donata nell’amore.
Amen.
