“Fragilità che diventano bellezza, Sammy non era la sua malattia”: a Chieti il racconto della sua storia

La storia di Sammy a Chieti Scalo: quando l’amore trasforma il limite

Sabato 21 febbraio 2026, la Sala Parrocchiale di San Martino Vescovo a Chieti Scalo si è riempita di volti, storie, attese. Famiglie, giovani, insegnanti, religiosi, semplici cittadini: tutti radunati per ascoltare il racconto di una vita che non lascia indifferenti, quella di Sammy, giovane ricercatore affetto da progeria, attraverso la voce dei suoi genitori, Amerigo Basso e Laura Lucchin.

L’incontro è stato promosso dall’Ufficio di Pastorale Familiare dell’Arcidiocesi di Chieti‑Vasto, con l’équipe composta da Giuseppe Schieda (che ha introdotto i lavori), don Sabatino Fiorito, Agata e Cristinziano, Anna e Fabrizio. Una squadra che, con stile sobrio e appassionato, ha preparato un evento che è diventato molto più di una conferenza: un’esperienza di comunione.

A guidare il dialogo è stata suor Naike Borgo, Figlia di Maria Ausiliatrice, amica della famiglia, capace di entrare nelle pieghe della storia con rispetto e profondità. Fin dall’inizio ha dato il tono della serata:

«Il racconto di una storia che possa arrivare al cuore di tutti, la storia di Sammy che stasera ci racconteranno Amerigo e Laura… È una storia che parla al cuore dei bambini, dei giovani, degli adulti, delle famiglie, perché è una storia familiare.»

Un amore nato “per caso”, preparato da lontano

Amerigo e Laura cominciano dall’inizio, da quella sera in discoteca in cui si sono conosciuti quasi per forza: lei accompagnata dal fratello gemello “obbligato” dal papà, lui abituato a passare lì tutti i fine settimana. “Buona la prima”, dicono sorridendo: da quel sabato del 1990 non si sono più lasciati.

Fin da fidanzati, tra una chiacchierata e l’altra, nasce quella che chiamano “la clausola”: se un giorno fosse arrivato un figlio maschio, si sarebbe chiamato Sammy. Un nome che Amerigo porta nel cuore da bambino, per il modo dolce in cui una mamma chiamava il figlio “Samy” nel cortile di casa. Un suono musicale, che diventa promessa.

Arriva il matrimonio, qualche fatica per trovare casa, un “piano B” improvvisato, e poi finalmente la nascita di Sammy: «Il più bello in assoluto», dice Laura, con il cuore di mamma.

La diagnosi: il mondo che crolla, la vita che ricomincia

I primi mesi scorrono sereni, ma qualcosa non torna. Visite, controlli, rassicurazioni. Fino a quando, a due anni e un mese, una genetista pronuncia una parola sconosciuta: progeria, invecchiamento precoce. Spiega che non ci sono cure, non ci sono farmaci, l’aspettativa di vita media è di 13 anni e mezzo. E saluta con una frase che pesa come un macigno: «Godetevi Sammy finché ce l’avete».

Amerigo e Laura tornano a casa in silenzio. «Per noi Sammy era normale, sanissimo… e da quel momento non lo era più», racconta Laura. Per paura, lo mettono “sotto una campana di vetro”: lo controllano in ogni movimento, come se da un momento all’altro potesse succedergli qualcosa.

Poi, una sera, mentre Laura piange in cucina credendo di non essere vista, Sammy le si avvicina e le dice: «No mamma, fammi un sorriso».

Quella notte, a letto, i due sposi si guardano e si dicono: “Stiamo sbagliando tutto. Questa non è la vita che deve vivere nostro figlio.” Da lì cambia tutto: decidono che Sammy deve vivere davvero, fare ciò che fanno i suoi coetanei, crescere come un bambino “sanissimo” per quanto possibile. La malattia mette già abbastanza paletti, non vogliono aggiungerne altri.

Le famiglie, i nonni, i legami che si trasformano

Raccontano poi delle loro famiglie. All’inizio scelgono di non dire subito la diagnosi ai genitori di Laura, per non turbare il matrimonio del fratello. La mamma di lei abbraccia la malattia insieme a loro, al punto da affrontare il suo primo viaggio fuori regione per andare negli Stati Uniti a incontrare altre famiglie con progeria. Il papà, uomo “all’antica”, si scioglie con Sammy come non era mai successo con i figli: lo coccola, lo bacia, gli dimostra un affetto che Laura dice di non aver mai ricevuto così.

«Sammy, ti invidio tantissimo, perché io queste cose da mio papà non le ho avute», gli diceva spesso.

Quando il nonno muore, proprio il giorno prima di quello che sarebbe stato il 30° compleanno di Sammy, Laura pensa: «Avrà detto: voi fate festa qui, che io vado su a festeggiarlo con lui».

La nonna paterna, affetta da Alzheimer, è l’ultima persona con cui Sammy riesce a parlare e che ancora lo riconosce, quando ormai non ricorda più nessuno. Dopo la sua morte, ogni tentativo di parlare di lui la agita: i ricordi sono troppo forti.

Un corpo fragile, un cuore che abbraccia

Uno dei tratti più belli che emergono dal racconto è la fisicità di Sammy. Era un ragazzo che aveva bisogno di contatto: salutava tutti con un abbraccio, pretendeva l’abbraccio da tutti. Per lui il rapporto vero passava anche dal corpo, non solo dalle parole.

Quando Laura andava a prenderlo la sera, lui la avvisava: «Mamma, inizia a salutare», perché sapeva che ci sarebbe voluto tempo per abbracciare tutti, uno per uno.

Anche a casa, il rapporto era fatto di coccole, baci, abbracci. «Anche a 28 anni, il giorno prima di andarsene, era lì con il braccio intorno al collo della mamma a fare le coccole», racconta Laura. È proprio questa fisicità, insieme al dialogo continuo, che le è mancata di più dopo la sua morte: «C’era un silenzio assordante», dice. «A casa nostra non c’era mai stato».

La loro casa è piccola, ma sempre piena: «Abbiamo un tavolo piccolo e tante sedie», scherzano. E se non bastano, si sta in piedi o per terra. Ricercatori da tutto il mondo, amici di parrocchia, giovani di culture e religioni diverse: tutti passano di lì, e nessuno se ne va davvero.

Scolpire il corpo, scoprire l’anima

Un giorno li chiama Valentino, uno scultore che ha visto Sammy in TV e ne è rimasto colpito. Vuole fare una statua a grandezza naturale. All’inizio sembra una follia, ma poi accettano. Nasce un percorso fatto di incontri, pose, chiacchierate infinite tra Valentino e Sammy, entrambi segnati da una malattia.

Da quell’esperienza nasce una statua e un libretto dal titolo bellissimo: “Scolpire il corpo, scoprire l’anima”. Un’immagine che dice molto di Sammy: un corpo fragile, un’anima vastissima.

La crisi, la fede, la scelta

A 11 anni, la Progeria Research Foundation propone la prima sperimentazione mondiale di un farmaco per la progeria. Chiedono anche a Sammy di partecipare. Lui entra in crisi: se la cura funziona, non starà andando contro la volontà di Dio?

Da sempre diceva: «Se sono nato così, vuol dire che il Signore ha un progetto su di me».

Per un periodo si definisce quasi ateo. Studia le grandi religioni — ebraismo, cristianesimo, buddismo, induismo — parla con preti e ricercatori, cerca di capire. Arriva a una sintesi semplice e profonda: «Il Signore usa le mani dei ricercatori per aiutare gli uomini».

Con serenità, sceglie di essere cristiano, perché è la fede che sente più sua. Da allora, ogni mattina alle 10:00, una sveglia sul cellulare gli ricorda l’appuntamento fisso: ascoltare il Vangelo del giorno e la riflessione del Papa. È il modo con cui colora l’inizio della giornata.

Amicizia: il pepe e il sale della vita

Suor Naike, durante il dialogo, tiene insieme i fili della storia e aiuta a cogliere un punto decisivo: Sammy era un “festaiolo”, amava fare festa ma soprattutto amava le relazioni profonde.

Amerigo lo dice con parole che restano impresse: «Per lui gli amici erano il pepe, il sale della vita. Senza amici, penso che non avrebbe vissuto un giorno».

Le relazioni che costruiva in pochi secondi duravano una vita. Guardava negli occhi, parlava in modo unico con ciascuno, ti faceva sentire visto, accolto. Chi entrava in casa loro “solo per proporre una cosa” finiva per restare: diventava parte della famiglia.

Fragilità che si riconoscono

Tra i presenti alla serata c’è anche una mamma con cinque figli, l’ultimo dei quali affetto da una malattia rarissima: solo venti casi al mondo. Prende la parola, racconta in pochi minuti anche la sua storia con molte similitudini con la storia di Sammy. Ha vissuto la crudeltà di coloro che hanno insinuato che la scelta stessa di avere un quinto figlio era un atto di egoismo. Dopo la fase dello scoraggiamento sono passati al fidarsi ed affidarsi a Dio ed ora sono grati a Lui per il dono e la gioia di questo bambino. Gli occhi lucidi, la gratitudine alla fine dell’incontro rendono evidente quanto la storia di Sammy possa diventare sostegno e compagnia per chi vive fragilità simili.

La parola del vescovo Bruno Forte

Al termine della testimonianza, prende la parola l’arcivescovo Bruno Forte. Non nasconde la sua commozione. Guardando Amerigo e Laura, dice:

«Quello che ci avete narrato è una storia d’amore. Ciò che poteva essere una prigionia è diventata una sorgente. Amare significa guardare insieme verso la stessa meta, verso la dignità, verso la giustizia. E la morte, con cui ci si fa i conti, non è la fine, ma un passaggio. Continuiamo sempre ad amare.»

Le sue parole raccolgono il cuore della serata: la fragilità, quando è abitata dall’amore, non chiude, ma apre; non imprigiona, ma genera.

La serata si conclude con il canto di un coro gospel. Le voci, i ritmi, l’energia trasformano la commozione in lode, il silenzio in speranza condivisa. È come se la storia appena ascoltata trovasse una sua eco musicale: una vita fragile che diventa bellezza, una ferita che diventa sorgente.

Chi esce dalla sala non porta via solo un racconto, ma una domanda e una certezza: la domanda su come ciascuno vive le proprie fragilità, e la certezza che, quando sono attraversate insieme, possono davvero diventare luogo di amore, di luce, di Vangelo vissuto.

AnimaTema: i bambini, la cura, un mazzo di fiori

Durante l’incontro, i bambini sono stati accolti e accompagnati dall’associazione Animatema, che ha preparato per loro un laboratorio creativo. Al termine, i piccoli hanno realizzato un mazzo di fiori che hanno poi donato ai genitori di Sammy.

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