E se Gesù fosse un albergatore di San Salvo?

” …non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!” sono queste parole di san Paolo in lettera ai Galati 2,20. Quale potrebbe essere il senso di un’affermazione così forte?

Ciascuno di noi è un essere unico, irripetibile e con una personalità che è forte anche nella debolezza. E allora perché si dovrebbe accettare di far emergere la personalità di qualcun altro che per quanto è “Dio” è sempre un “altro”? Uno potrebbe controbattere: “Io sono padrone assoluto del mio modo di essere perché devo rinunciare a essere me stesso per lasciare che Cristo viva in me? “.

Forse il senso più bello di un affermazione simile potrebbe essere: “Sono talmente innamorato della mia amata che lascio che il suo essere si innesca nel mio così da poter fare insieme delle cose davvero incredibili”. Questo passaggio non può essere un meccanismo a comando ma qualcosa che ti stravolge la vita, cambia i nostri piani e ci rende capaci di metterci in ascolto di tutto ciò che ci succede e con Cristo che vive davvero in noi riusciamo a fare della nostra vita un capolavoro. E non solo ma diventeremo degli innamorati palesemente riconoscibili e contagiosi di Amore.

Sarebbe bello se tutti i cristiani che si professano tali sentissero fortemente questo appello di San Paolo: “..non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!”.

E questo lo si dovrebbe poter affermare in ogni ambito: famiglia, lavoro, sociale, relax. Quanti cristiani vivono una religiosità fatta di riti e parole senza lasciare che Cristo li tocchi davvero?

L’intera nostra esistenza è fatta di relazioni e il “Cristo vive in me” può rivoluzionare il mondo.

Poniamo ad esemio il caso di un albergatore di San Salvo (o di una qualsiasi altra parte del mondo) cosa implicherebbe nel concreto l’applicazione di San Paolo?

Di sicuro avrebbe cura dell’intera sfera delle sue relazioni perché vede non la sua attività non come una semplice macchina di soldi ma anche un mezzo per fare grandi cose ponendosi in ascolto e con una domanda: “Come vorrei essere trattato se fossi un mio cliente, fornitore o dipendente?”.

Come cliente cercherei cortesia, affabilità, prezzi equi, prodotti di qualità e simili. Trattare un cliente con questi standard è anche conveniente economicamente: il cliente che viene trattato con questo standard è un cliente che torna volentieri e diventa un eccezionale veicolo di pubblicità positiva.

Come dipendente cercherei innanzitutto rispetto della mia persona, un giusto compenso (quanti albergatori/ristoratori fanno lavorare i ragazzi tante ore per pochi soldi e poi lamentano che non trovano personale e casomai si professano anche cristiani), valorizzato per ciò che so fare, la possibilità di imparare cose nuove….Un dipendente felice sa dare il meglio di sé e diventa un eccellente collaboratore dell’imprenditore per la salute anche economica dell’attività.

“..non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!”: non solo è una cartina al tornasole del nostro essere cristiani ma è anche conveniente economicamente.

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