Cristiani tra scadenze e semafori
“Vivere (con) la fede”: cristiani immersi nella vita di tutti i giorni, tra stress, bollette da pagare, orari stretti e sogni che fanno fatica a prendere forma.
Non tutti sono chiamati a lasciare tutto per seguire Cristo. Ma tutti sono chiamati a seguirlo dentro tutto: la sveglia alle 6:30, il capo che urla, la spesa da fare, il figlio che piange, la stanchezza che pesa.
Essere cristiani nel mondo oggi non è un’astrazione: è un esercizio continuo di fedeltà tra le pieghe della vita, lì dove niente sembra “sacro” eppure in tutto Dio c’è. Per chi lavora in una grande città e/o in una grande azienda, per chi insegna e per chi sta dietro una scrivania, a per chi è lì ogni mattina a tenere pulite le strade dove ogni giorno si consuma il passare dell’uomo dalla casa ai luoghi di lavoro e/o di svago, la mamma a tempo pieno che si prende cura delle generazioni future a cominciando dai suoi figli.
Dio è sempre lì e con tutti anche con chi sceglie di ignorarlo: Dio è lì perché ama ogni uomo e donna in maniera viscerale, disposto a sacrificare la vita di un figlio per lui/lei.
Tanti cristiani vivono la fede non in grandi gesti, ma nelle piccole scelte che donano quella serenità contagiosa di ogni giorno: provare a scusare tutto e tutti in ogni circostanza, e nel portare a casa un sorriso anche dopo una giornata che ne ha tolti tanti e o quando le cose non sono come le si avrebbe voluti.
Fede da “lunedì a domenica”
Spesso si pensa che la fede si viva in chiesa. Ma la messa dura un’ora. Le altre 167? Sono quelle dove si gioca la vera fedeltà. Nel supermercato, nella scuola, nell’ufficio, in condominio: là si incarna il Vangelo.
Quando non si cede alla tentazione della furbizia, dell’indifferenza, della superficialità. Quando ci si prende cura degli altri, anche solo con uno “scusa” o un gesto gentile e un sorriso.
Come diceva Chiara Lubich: “Ogni istante vissuto per amore, anche se piccolo, costruisce eternità.”
Il lavoro: croce o vocazione?
Il lavoro è spesso fatica, alienazione. Ma può diventare anche luogo di testimonianza. Non per “fare i santi” a parole, ma per esserlo nei gesti: nella serietà, nell’onestà, nella coerenza. Un collega affidabile è già una luce. Un professionista giusto è già una predica senza microfono. Spesso sono i silenzi vissuti con fedeltà che evangelizzano più di mille discorsi. O anche in quel papà che quel lavoro non ce l’ha e non sa come arrivare a fine mese.
Anche la fragilità è terreno di fede.
Essere cristiani nel mondo non significa avere tutto sotto controllo. Significa, a volte, solo non mollare. Affidare a Dio ciò che non riesce. Offrire quella debolezza, trasformarla in preghiera. C’è chi prega in autobus, in macchina durante i tragitti che ci portano da un luogo all’altro, chi tra le corsie del supermercato, chi nel corridoio di un ospedale.
Il Vangelo non ha bisogno di un tempio per germogliare: basta un cuore disponibile.
Fedeli nella polvere
Forse i santi di oggi indossano divise da operai, camici da infermieri, giacche stropicciate da ufficio la maglia e/o la camicia di un supermercato. Forse pregano mentre cucinano o sistemano una mail. Eppure la loro vita è un altare. Perché il Vangelo continua.
Anche tra i clacson e le bollette. Anche lì, Dio passa. Sarebbe bello che la chiesa imparasse
