don gianni boezzi

Armi e bagagli dalla parte dei poveri

Commento al Vangelo sull’amministratore disonesto di don Giovanni Boezzi

(Foto di Lino D’Avino)

All’origine di innumerevoli commenti, la parabola detta dell’economo infedele è considerata piena di interpretazioni. Effettivamente che cosa significa? Pone l’accento sul buon uso dei beni materiali? Sull’insolente capacità di cavarsela facilmente, alla fine ricompensata? Sull’atteggiamento esistentivo di fronte all’imminenza della parusia o della morte? Chi sono, nel v. 9, quegli «amici» che ci si deve fare e il «mammona di ingiustizia»? che cosa rappresentano nello stesso versetto le «tende eterne»?

Due domeniche (questa è la prossima) sul tema dell’uso delle ricchezze, del rapporto con il denaro, con i beni. Oggi la parabola dell’amministratore disonesto, domenica prossima quella di Lazzaro e dell’uomo ricco. Se Luca dedica un intero capitolo a questo argomento vuol dire che non si tratta di qualcosa di secondario nell’insegnamento di Gesù. Nell’ambiente culturale in cui vive Gesù, per alcuni la ricchezza è segno di benevolenza di Dio e la povertà, al contrario, è il prezzo da pagare per una vita di peccato. Il Maestro si contrappone decisamente a questa interpretazione e vuole educare i suoi discepoli a un uso cristiano delle ricchezze, negando, in questa prospettiva, ogni riduzionismo miserevole.

Fermiamoci sulla parabola di oggi: possibile che Gesù lodi un amministratore disonesto? Possibile che diventi un modello da imitare? Qual è il messaggio che Gesù vuole dare? Non sembra preoccupato di fare una lettura di comportamento dell’amministratore, quando piuttosto di attirare l’attenzione dei discepoli sulla velocità e la scaltrezza con cui l’amministratore cerca di risolvere il suo problema, soprattutto in vista del suo futuro. Non è la sua disonestà il modello, ma la sua furbizia e abilità.

Gesù sembra dire: perché noi discepoli non mettiamo la stessa intensità, la stessa radicalità e lo stesso impegno di forze e di intelligenza, per pensare al nostro futuro, cioè alla realizzazione del regno di Dio? Quell’amministratore aveva messo tutta la sua scaltrezza a servizio di se stesso (perché il denaro era il suo padrone), i discepoli dovrebbero essere altrettanto scaltri a servizio del regno di Dio (perché il denaro resti servo).

E allora: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne». Chi sono questi amici che ci accoglieranno nelle dimore eterne? L’intero Vangelo di Luca è chiaro: sono i poveri, gli ultimi, i dimenticati. L’elemosina (tema tanto caro a Luca), la condivisione delle proprie ricchezze con chi non ha niente, diventa lo strumento per diventare amici degli amici di Dio e, quindi, in ultima analisi, amici di Dio. «Aiutaci a ricercare l’inestimabile tesoro della tua amicizia», abbiamo pregato nella Colletta. Solo la ricchezza condivisa diventa strumento per trovare l’amicizia con Dio.

Ma tutto questo non è facile. Il denaro è seduttivo e ingannatore, tende a diventare padrone della volontà e della vita di chi lo detiene. Ecco perché ci vuole vigilanza, seria e attenta, sul nostro rapporto con le cose. Come mi accorgo se sto servendo Dio o la ricchezza, che non possono essere serviti contemporaneamente, come sentenzia Gesù stesso al termine del brano evangelico odierno? Il tema è grave e non lo si affronta mai seriamente.

Una cosa è certa, e ce lo suggerisce ancora la preghiera della Colletta: «O Padre, difensore dei poveri e dei deboli (…), salvaci dalla cupidigia delle ricchezze». Un Dio che si qualifica e che si schiera, senza tentennamenti e ripensamenti, dalla parte dei poveri e dei deboli e ne diventa il garante e il difensore.

E allora, la cartina al tornasole che ci svela se il denaro è a nostro servizio o è il nostro padrone, è la nostra prossimità – che diventa condivisione – agli ultimi. «È ormai entrato nella conoscenza teorizzante della Chiesa il convincimento che i poveri sono il punto di partenza di ogni servizio da rendere all’uomo. Ora si tratta di passare concretamente, armi e bagagli, dalla loro parte, se è vero che solo partendo dagli ultimi si potranno creare le premesse di una organica cultura di vita», diceva don Tonino Bello.

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