don gianni boezzi

Pensare secondo Dio

Commento al Vangelo dellaXXII del Tempo Ordinariodi don Giovanni Boezzi

Il brano evangelico di oggi è un tutt’uno con quello di domenica scorsa, è la continuazione dello stesso episodio. Gesù ha posto la domanda sulla sua identità. La gente non ha capito la novità di Gesù rispetto ai profeti dell’Antico Testamento. Pietro risponde bene confessando la divinità di Gesù e riconoscendolo come il Messia: la risposta di Pietro è formalmente e teologicamente perfetta. Tanto che Gesù gli affida la custodia della sua Chiesa. Qui eravamo arrivati domenica scorsa.Ma siamo certi che Pietro aveva capito bene in che modo Gesù voleva essere Messia e Figlio di Dio? Sembra proprio di no. Infatti, appena Gesù comincia a parlare, per la prima volta nel Vangelo di Matteo, della necessità della sua passione, della sua morte violenta e della sua risurrezione, Pietro, forte della sua recente nomina di responsabile della Chiesa, si sente in dovere di fare il suo primo intervento disciplinare e, in disparte, rimprovera Gesù: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». E sì povero Pietro. A differenza della gente aveva detto le parole giuste per definire Gesù, ma come la gente non aveva capito la novità portata da Gesù: per Pietro Gesù doveva essere Messia e Figlio di Dio, ma come diceva lui, secondo i suoi schemi, secondo la sua logica. Di un Messia e Figlio di Dio che veniva ucciso Pietro non sapeva cosa farsene, non rientrava nelle sue aspettative, non corrispondeva alla sua idea di Dio. Pietro e buona parte di Israele, aspettava un Messia vittorioso, capopopolo: il Messia Servo sofferente non rientrava proprio nelle sue idee.E Gesù, Maestro paziente ma anche esigente, appena dopo aver lodato Pietro, si trova costretto a fargli il peggiore dei rimproveri, e non in privato, ma davanti a tutti, lo chiama «Satana», e gli intima di tornare dietro, al posto del discepolo. E la motivazione è chiara e limpida: «Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».E qui stiamo al cuore del problema: caro Pietro, non basta sapere a memoria la definizione cristologicamente esatta di Gesù, occorre incarnare nella propria vita la sua logica che, anche se non piace, è la logica della croce. Se capisci veramente chi è Gesù, capirai veramente cosa è la Chiesa e capirai veramente l’identità del discepolo.E Gesù, Maestro paziente ma anche esigente, riprende la sua catechesi e ci dona la definizione vera del cristiano, del discepolo fedele: il vero discepolo è colui che rinnega se stesso, prende la sua croce e segue il suo Maestro. E cioè è colui che assume per se la logica di Gesù, la logica della croce, la logica dell’amore. È colui che ha capito che salvare vuol dire perdere e che perdere vuol dire trovare.Come si fa ad acquistare questa mentalità? Nella seconda lettura Paolo suggerisce ai cristiani di Roma: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono a lui gradito e perfetto». C’è una logica del mondo, secondo cui solo il primo è primo e solo chi vince ha successo. E poi c’è la logica del Vangelo, dove l’ultimo è primo e dove vince chi perde.Si tratta, in fondo, di scegliere di stare dalla parte di Dio e della sua volontà. Si tratta di lasciarsi sedurre da Dio, come è successo a Geremia. E quando questo succede si accende un fuoco ardente che non puoi più contenere, e con il salmista inizi a lodare la bontà del Signore: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia…».

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