don Guido Carafa e papa Leone

“Per cosa vale la pena vivere?

Catechesi di don Guido Carafa

30 agosto 2026 – XXII Dom. T.O. – A

Carissimi fratelli e sorelle,la Parola di Dio che abbiamo ascoltato oggi ci conduce dentro una delle esperienze più vere e più profonde della fede: l’esperienza dell’uomo che, dopo aver incontrato Dio, scopre che il modo con cui Dio guarda la realtà non coincide immediatamente con il modo con cui lui stesso è abituato a guardarla. Questa è l’esperienza di Geremia, che sente la Parola del Signore come un fuoco al quale, nonostante la fatica e il desiderio di sottrarsi alla propria missione, non riesce più a resistere; è l’esperienza di Paolo, che invita i cristiani di Roma a non lasciarsi conformare dalla mentalità del mondo, ma a lasciarsi trasformare nel profondo, rinnovando il proprio modo di pensare; ed è soprattutto l’esperienza di Pietro, che poco prima aveva riconosciuto in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e che ora, davanti all’annuncio della passione, scopre che si può avere una fede autentica e, nello stesso tempo, continuare a pensare secondo una logica che non è ancora quella di Dio. Forse è proprio qui che la liturgia di oggi ci raggiunge con maggiore forza. La fede non consiste soltanto nel conoscere alcune verità o nel compiere alcune pratiche religiose; essa domanda qualcosa di molto più radicale, perché ci chiede secondo quale logica stiamo vivendo, quale criterio orienta realmente le nostre scelte, le nostre relazioni, le nostre paure e le nostre speranze.  Quando la vita ci pone davanti a una prova che non avevamo previsto, quando un progetto fallisce, quando una persona ci ferisce o quando siamo costretti ad attraversare una strada che non avremmo mai scelto, da quale parola ci lasciamo guidare: da quella del Vangelo oppure da quella, spesso più immediata, che nasce dalle nostre aspettative e dal nostro bisogno di avere tutto sotto controllo?Paolo ci offre la prima parola: la mente.«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare».La conversione cristiana non riguarda soltanto ciò che facciamo, ma anche il modo con cui interpretiamo la vita. Possiamo infatti cambiare qualche comportamento senza aver ancora cambiato lo sguardo con cui giudichiamo la realtà. Paolo ci invita invece a lasciarci trasformare interiormente, perché prima delle nostre azioni ci sono i criteri con cui giudichiamo ciò che è bene e ciò che è male, ciò che vale e ciò che non vale. Il mondo tende a misurare la persona secondo il successo, l’efficienza, il possesso, il consenso e l’apparenza; il Vangelo introduce una misura diversa, nella quale la grandezza dell’uomo si manifesta nella verità, nella gratuità, nella fedeltà e nella capacità di amare.È possibile, dunque, vivere senza compiere gesti evidentemente cattivi e, nello stesso tempo, lasciarsi lentamente educare da una mentalità che non è quella del Vangelo. Pietro rappresenta precisamente questa tensione. Egli ama Gesù e proprio perché lo ama non accetta l’idea della croce. Vorrebbe un Messia vittorioso secondo le proprie categorie, non un Signore che salva passando attraverso il dono di sé. Per questo Gesù gli dice: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».È una parola che riguarda anche noi. Possiamo credere sinceramente in Dio e, nello stesso tempo, chiedergli di benedire i nostri progetti senza essere realmente disposti a entrare nei suoi. Possiamo pregare perché si compia la sua volontà, purché essa coincida con ciò che avevamo già deciso. Benedetto XVI ha scritto nella Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona». Questa Persona è Cristo, e quando Cristo entra veramente nella nostra vita, non può lasciare intatto il nostro modo di pensare. L’incontro con lui diventa lentamente una conversione dello sguardo: cominciamo a vedere Dio diversamente e, proprio per questo, impariamo a vedere diversamente anche noi stessi, gli altri e ciò che accade nella nostra vita. La mente rinnovata, però, non rimane una semplice comprensione nuova della realtà; essa diventa un cuore nel quale la Parola comincia ad ardere. Ed ecco la seconda parola: il fuoco.Geremia confessa: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».La Parola di Dio, quando viene realmente accolta, non rimane un messaggio ascoltato dall’esterno, ma diventa una presenza che ci abita e ci trasforma. È fuoco perché illumina e, proprio illuminando, purifica; consola e, nello stesso tempo, ci rende interiormente inquieti davanti a tutto ciò che contraddice l’amore. A volte pensiamo che la fede debba semplicemente renderci tranquilli. Il Vangelo, invece, non è venuto a tranquillizzarci superficialmente, ma a salvarci e quindi a trasformarci. La Parola ci inquieta quando ci fa comprendere che dobbiamo chiedere perdono, quando ci impedisce di giustificare indefinitamente un rancore, quando ci chiede di guardare con misericordia una persona che abbiamo imparato a considerare soltanto attraverso il suo errore, quando ci rende incapaci di rassegnarci davanti all’ingiustizia. Sant’Agostino scrive nelle Confessioni: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Questa inquietudine non è necessariamente il segno che qualcosa non funziona; può essere il segno che Dio sta riaprendo in noi la domanda fondamentale: per che cosa vale veramente la pena vivere?Possiamo riempire la nostra vita di molte cose e, nello stesso tempo, smarrirne il senso. Possiamo cercare continuamente approvazione, accumulare esperienze, costruire sicurezze, inseguire risultati e accorgerci, a un certo punto, che tutto questo non basta a rispondere alla domanda più profonda del cuore. Ed è proprio qui che risuona la parola di Gesù: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?».Questa domanda ci conduce alla terza parola: la croce.«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

La croce non significa amare la sofferenza per la sofferenza. Gesù stesso, nel Getsemani, chiede al Padre che, se possibile, quel calice passi da lui. La croce è piuttosto la forma concreta che assume l’amore quando decide di rimanere fedele anche nel momento in cui amare diventa difficile.Cristo non cerca il dolore; cerca la volontà del Padre. Ed è proprio nella notte del Getsemani che la sua libertà pronuncia la parola decisiva: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Per questo la croce cristiana non è anzitutto qualcosa da sopportare da soli, ma una strada da percorrere dietro Cristo. Gesù non dice semplicemente: «Prendi la tua croce», ma aggiunge: «e seguimi». Quel «seguimi» cambia tutto, perché il cristiano non è colui che affronta la propria sofferenza come una prova di forza, ma colui che la attraversa nella relazione con Cristo, sapendo che la propria fragilità non è estranea alla grazia.Noi vorremmo spesso che Dio ci liberasse dalla prova; egli, invece, può volerci salvare dentro la prova, trasformando il nostro cuore proprio attraverso ciò che non avremmo scelto. Vorremmo che cancellasse una ferita, mentre egli può condurci verso una guarigione nella quale quella ferita, pur non essendo negata, smette di avere il potere di determinare il nostro futuro. Vorremmo comprendere perché qualcosa è accaduto, mentre Dio talvolta non ci offre una spiegazione, ma ci offre la sua presenza.

È forse qui che la fede comincia davvero a maturare: quando continuiamo a chiedere la liberazione dal male, ma impariamo anche ad affidarci a Dio dentro ciò che non comprendiamo.Pensiamo alle nostre croci concrete, quelle che forse nessuno conosce fino in fondo: una fatica familiare, una relazione ferita, una solitudine, un lutto, una responsabilità che pesa, una preoccupazione che ritorna nel silenzio della sera. Il Vangelo non ci chiede di chiamare bene ciò che ci ferisce, ma ci invita a credere che nessuna di queste realtà deve essere necessariamente vissuta lontano da Cristo. Forse proprio dentro una prova possiamo imparare una pazienza che non avremmo conosciuto altrimenti; forse una perdita può liberarci dall’illusione di possedere per sempre ciò che amiamo; forse una ferita può diventare il luogo nel quale nasce una compassione più vera; forse una situazione che non comprendiamo può condurci verso una fiducia più profonda, fondata non sulla certezza di sapere come andrà a finire, ma sulla certezza di sapere nelle mani di chi siamo.

E allora le tre parole della liturgia si incontrano: mente, fuoco e croce.La mente deve imparare a pensare secondo Dio; il fuoco della Parola deve trasformare il cuore, e quella mente rinnovata e quel cuore infiammato devono diventare una vita capace di donarsi.Perché questo è il paradosso del Vangelo: «Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà».Il mondo ci insegna che per vivere dobbiamo conservarci, proteggerci, affermarci; Cristo ci rivela invece che la vita si compie nel dono. Come esprime una frase tradizionalmente attribuita ad Agostino: «Non perdi te stesso quando ti doni, ti perdi quando ti chiudi».Ci perdiamo quando facciamo della nostra vita una fortezza da difendere a ogni costo e ci ritroviamo quando permettiamo all’amore di aprirne le porte; ci impoveriamo quando tutto viene misurato secondo ciò che possiamo ricevere e ritroviamo la nostra verità quando impariamo la gratuità. L’uomo, infatti, non è fatto per possedersi, ma per riceversi e donarsi. La nostra vita è ricevuta come dono e trova il proprio compimento quando diventa a sua volta dono. È questa la logica dell’amore che Cristo ci rivela e che raggiunge la sua pienezza nella Pasqua: colui che si consegna non viene distrutto, ma, consegnandosi, entra nella vita.Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo allora al Signore una mente capace di pensare secondo Dio, un cuore nel quale il fuoco della sua Parola continui ad ardere e una libertà capace di attraversare la croce senza perdere la speranza. Quando non comprenderemo la strada, ricordiamoci che il discepolo non conosce sempre dove conduce il cammino, ma conosce Colui che lo conduce. E Cristo oggi ci dice ancora: «Va’ dietro a me». Non ci chiede di comprendere tutto, ma di seguirlo; non ci chiede di essere invulnerabili, ma di fidarci; non ci chiede di salvare noi stessi, ma di consegnarci a lui. Così scopriremo che perdere la vita nell’amore non significa distruggerla, ma ritrovarne la sorgente; e che ciò che viene consegnato a Cristo e vissuto nell’amore non va perduto, perché entra già, misteriosamente, nella vita eterna.Amen.

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