Vince chi molla!

Commento al Vangelo di don Pieralbert D’Alessandro

In questa XXIII domenica del tempo ordinario vengono prospettare le indicazioni per la sequela di Crosto.
Queste sono come doglie da attraversare per nascere alla relazione con il Signore. Odiare famigliari e persone care, ovvero mettere al cuore dei propri amori e delle proprie relazioni l’amore per il Signore, avere un amore prioritario per il Signore. Portare la propria croce (immagine che riprende l’usanza per cui i condannati alla crocifissione dovevano portare da sé il legno orizzontale della croce a cui sarebbero stati appesi), ovvero essere disposti ad amare il Signore anche nelle situazioni di contraddizione, ostilità, sofferenza e ingiustizia cogliendole come occasioni di sequela del Crocifisso.
Rinunciare a tutti i beni, ovvero essere disposti a perdere i beni, a separarsi da tutto ciò che si possiede, per seguire Colui che non aveva neppure dove posare il capo. Tutto questo trova il suo senso solo se vissuto come occasione di libertà e di amore, come esercizio di libertà e opera di liberazione del cuore.

La sequela è esigente anche perché il discepolo è chiamato non solo a iniziare, ma anche a portare a compimento. Come per costruire una torre o affrontare una battaglia vi è un indispensabile, così anche per la sequela. Ma l’indispensabile per la sequela è la disponibilità a perdere tutto, anche “la propria vita” . Il bene da possedere è la rinuncia ai beni e l’arte da imparare è l’arte di perdere, di diminuire, di non cadere nelle maglie del possesso, della logica dell’avere. Gesù “svuotò se stesso” e “da ricco che era, si fece povero” . Occorre libertà e leggerezza per condurre a termine il lungo cammino della vita percorso come sequela di Cristo. L’amore è chiamato a divenire responsabilità e la libertà perseveranza: lì si situa la necessaria rinuncia, purificazione, spogliazione. Le esigenze della sequela hanno dunque a che fare con il tutto della persona (il suo cuore) e con il tutto del suo tempo, con la durata della sua vita. E ci mettono in guardia dal rischio di lasciare a metà l’opera intrapresa.

Le esigenze della sequela sono connesse al rischio della fede. Per gli antichi cristiani era evidente che la fede era “un bel rischio” Spesso aderire a Cristo, in un contesto maggioritario pagano, comportava discriminazioni, emarginazioni, persecuzioni e perfino il martirio. Oggi, nei nostri paesi di vecchia e stanca cristianità, il prezzo della conversione non è sentito e ancor meno pagato. Immersi in una cultura dell’“assicurazione” che cerca di eliminare l’insicurezza e il rischio da ogni ambito dell’esistenza, anche la fede smarrisce il senso del rischio che comporta la sequela di Gesù. La prudenza ci porta a cercare rassicurazioni e riduzione al minimo dell’incertezza, ma per seguire Gesù la disponibilità a perdere tutto diviene,

Paradossalmente, una misura prudenziale. Cercando di evitare il pericolo, perdiamo di vista anche la bellezza della vita cristiana, bellezza al cui interno si situano le esigenze della sequela. Manchiamo di coraggio. Proviamo difficoltà di fronte alle parole dure di Gesù dimenticando che le esigenze radicali del vangelo hanno anzitutto una valenza di rivelazione, svelando dei possibili che altrimenti ci resterebbero inaccessibili. Esse fanno emergere dimensioni che, nella fede, diventano praticabili da parte del credente. Ma abbiamo paura dell’immensità del possibile, e di tutto ciò che sfugge alla nostra capacità di previsione e di controllo. E forse, in radice, non crediamo alla resurrezione. Eppure, le esigenze che l’evangelo pone a chi vuole seguire Gesù, altro non sono che le esigenze insite nel battesimo.

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