“Vedi come parli”

(Vangelo in arte di don Gilberto Ruzzi: “La parabola dei ciechi” di P. Bruegel il Vecchio)

Riprendendo il testo parallelo al capitolo 15 di Matteo (Mt 15,12-14), l’evangelista Luca cambia i destinatari di quella che lui definisce una “parabola”: non è più rivolta come nel primo evangelo ai farisei, – nel particolare contesto storico-religioso di Matteo polemicamente definiti guide cieche del popolo d’Israele, – ma agli stessi discepoli, a quella folla che Gesù aveva interpellato dicendo: «A voi che ascoltate dico…». E se l’immagine del cieco che si fa guida rovinosa di un altro cieco è rivolta ai discepoli, dunque, è diretta anche a noi che oggi la ascoltiamo da Lui.

Nel Museo Nazionale di Capodimonte, a Napoli, è conservato un dipinto, una tempera su tavola datata 1568, opera di un altro maestro indiscusso della pittura fiamminga del rinascimento: Pieter Bruegel il Vecchio, capostipite di una famiglia di pittori. Bruegel non ha mai decorato chiese, per quanto è dato saperne, ma ha sempre lavorato per committenze private; non solo: ma, anche dalla lettura delle sue opere, si può percepire una polemica anti-cattolica ed una sua vicinanza, almeno nelle intenzioni, alla Riforma di matrice calvinista che è quella che prese piede in Olanda.

Nel suo dipinto conservato a Capodimonte dinanzi al quale sostiamo, dal laconico titolo “La parabola dei ciechi”, opera realizzata un anno prima della morte, espressione dunque della maturità artistica, il nostro pittore rilegge il testo matteano e lucano, aumentando il numero dei personaggi: da due a sei. Ci presenta, così, una piccola impacciata processione di ciechi che si dirige verso un fossato: il primo della fila è già caduto di schiena – qui Bruegel ci offre un saggio della sua capacità tecnica scorciando il corpo dell’uomo goffamente supino  – il secondo, dall’espressione allarmata, si è reso conto, troppo tardi, povero lui, del pericolo imminente. Tutti sono ciechi, ma Bruegel assegna a ciascuno una differente menomazione della vista. A quello che volge il capo verso l’osservatore gli occhi sono stati cavati. 

In teoria dovrebbero essere sei mendicanti, ma sono ben vestiti, muniti di borse e bisacce; portano anche dei simboli religiosi, strumenti musicali … il pittore li descrive con minuzia, ma non nutre simpatia nei loro confronti, il suo non è uno sguardo compassionevole: ci sta dicendo, parafrasando il testo evangelico, che se un cieco di fa guida di altri ciechi non vi può essere altra fine.

La costruzione geometrica della scena, poi, è tutta impostata su linee parallele che tagliano la superficie in diagonale, seguendo le quali si va verso quel precipizio, inevitabilmente. Anche la scelta cromatica con l’accostamento dei grigi, del verde, del nero e delle terre, colori freddi, ci comunica una sensazione di severità. 

Ma Bruegel compie anche un’altra scelta, piuttosto inusuale per lui: la scena evangelica è collocata in un paesaggio non ideale, ma reale: quella sullo sfondo  è una veduta del Brabante dell’epoca, la Chiesa con la guglia del campanile è quella di Sant’Anna a Dilbeek. Dinanzi ad essa, nonostante tanta altra vegetazione, si trova un albero secco e spoglio, che non può produrre frutto, men che meno buono.

Insomma, la meditazione che Pieter Bruegel fa per noi e con noi sulla parola evangelica non fa sconti: il rischio di non vedere e non riconoscere il male  che abita il nostro profondo, ma di mascherarlo comunque di buone e devote pratiche, è sempre in agguato. E se la bocca  «esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» parole e frutti saranno cattivi, nonostante le apparenze di santità.  Vedere e riconoscere il proprio male non farà certamente di noi dei leader da seguire cecamente, ma, come insegna Isacco di Ninive: «Chi conosce il proprio peccato è più grande di chi risuscita un morto. Chi piange un’ora su se stesso è più grande di chi ammaestra il mondo intero. Chi conosce la propria debolezza è più grande di chi vede un angelo. Chi segue Cristo in segreto e nel pentimento è più grande di chi gode di molta fama nelle chiese».

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