“L’invidia, come il serpente che avvelena chi la ospita, è un fuoco che distrugge chi la nutre”
Commento al Vangelo di don Erminio Di Paolo
«Qua non c’è medicina per la febbre del cash», cantano Marracash e Guè nel loro recente brano Casini. E proprio il “cash”, il mero calcolo del salario, è la pietra d’inciampo nel Vangelo di questa domenica (Matteo 20,1-16).
Gli operai della prima ora si indignano per la generosità del padrone verso gli ultimi arrivati, schiavi di una logica contabile che avvelena il cuore. La risposta del padrone: “Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. smaschera un male antico: l’incapacità di gioire per il bene altrui.

Nel ciclo degli affreschi della Cappella degli Scrovegni, Giotto raffigura l’Invidia con un’intensità che colpisce ancora oggi chi la osserva. È rappresentata come una donna anziana, avvolta dalle fiamme che lei stessa alimenta, segno che il sentimento invidioso brucia prima di tutto chi lo prova. In una mano stringe un sacchetto con i suoi averi, nell’altra si protende a rubare ciò che appartiene agli altri: l’invidia, infatti, non conosce mai appagamento. Dalla sua bocca fuoriesce un serpente che le si ritorce contro per avvelenarla, simbolo del male che ritorna sempre su chi lo genera. L’orecchio, sproporzionatamente grande, è spalancato per ascoltare le seduzioni del male e le voci del pettegolezzo, alimento dell’invidia stessa. Osservando questa figura, si percepisce come Giotto abbia voluto mettere in evidenza non solo la bruttezza fisica, ma anche la deformità dell’anima corrotta dall’invidia.
Un dettaglio affascinante è lo sguardo della donna: torvo, inquieto, incapace di trovare pace. Nell’arte medievale, l’invidia era spesso vista come un vizio che consuma dall’interno, e qui l’artista riesce a renderne visibile l’essenza. Questa scena non è solo una condanna morale, ma anche un monito senza tempo: l’invidia, come il serpente che avvelena chi la ospita, è un fuoco che distrugge chi la nutre.
Proprio da questa autodistruzione ci vuole salvare la parabola di oggi: la logica di Dio non è quella della “febbre del cash” che genera invidia e risentimento, ma quella di una bontà sovrabbondante che ci invita a purificare il nostro sguardo.
