Fidarsi…

IV° settimana di Quaresima – Lunedì

Commento al Vangelo di Giovanni 4,43-54

A cura di Don Giovanni Boezzi

La parola di Gesù ci chiede prima di tutto di rivedere la qualità della nostra fede. Egli ci mette in guardia da una fede che pretende di toccare con mano e con i nostri limitati mezzi di indagine il mondo di Dio, e pretende di strappare a Dio manifestazioni della sua potenza secondo i parametri con cui siamo abituati a pensare alla onnipotenza di Dio. Ma abbiamo fatto i conti senza l’oste. Dio nella vicenda umana di Gesù non ha mai pensato di lasciarci ad ogni piè sospinto stupiti e con la bocca aperta. Camminare con noi nella storia e condividere la complessità della nostra umanità è la sua scelta, sin dall’inizio della creazione. Dio in Cristo ci chiede di fidarci, di fargli credito, di prenderlo in parola sulle modalità che lui ha scelto e sceglie per stare tra noi. Il primo passo da compiere da parte nostra è di rinunciare a pretendere miracoli e visioni come condizione necessaria perché scatti l’adesione della fede. Nella via della fede non ci sono automatismi. Gesù lo sa bene e lo ha sperimentato sulla sua pelle durante la sua vita terrena: nella relazione della fede c’è in gioco la libertà di accoglierlo o di rifiutarlo. Occorre percorrere un’altra strada: si tratta di accettare solo la chiarezza e la potenza della sua parola. Nel brano proposto il funzionario regio diventa il “tipo” di una maturazione progressiva della fede. Dalla richiesta iniziale (“Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”) egli passa all’obbedienza a quanto Gesù gli chiede. Obbedire ha significato prendere sul serio la persona e la parola di Gesù. Il brano si conclude con una conversione comunitaria: “… e credette lui e tutta la sua famiglia”. Questa espressione della fede nasce da una costatazione: Gesù ha realizzato davvero quanto detto. La fede del funzionario regio diventa un contagio per tutta la sua famiglia. È urgente ritrovare le motivazioni di una fede pensata, motivata e praticata che metta in gioco le scelte della coscienza personale e la qualità evangelica della vita delle nostre famiglie e delle comunità cristiane. Si tratta di imparare di nuovo a “raccontare” gli avvenimenti della fede, come hanno fatto i servi, e a “fare la fede” nella vita quotidiana della propria famiglia e della propria comunità.

Oggi prego con il Salmo 29.

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Dal Vangelo secondo Giovanni (4,43-54)

In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa. Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea. 

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