don Vincenzo D'Alleva

L’invito alla gioia e la paura di viverla

C’è qualcosa di paradossale nel Vangelo di questa domenica. Un re prepara una festa di nozze per suo figlio, manda gli inviti e gli invitati non vengono. Non perché siano stati esclusi, non perché manchi qualcosa, ma perché hanno altro da fare. Il banchetto è pronto, eppure nessuno sembra averne bisogno. È una delle tragedie più silenziose della vita. Accade quando non siamo più capaci di lasciarci sorprendere dal bene. Non sbattiamo la porta in faccia a Dio, semplicemente lo lasciamo fuori. Siamo troppo occupati, troppo stanchi, troppo disillusi per credere che abbia ancora qualcosa di nuovo da offrirci. Nella prima lettura, il profeta Isaia ci porta davanti a un’immagine sorprendente. Dio prepara un banchetto per tutti i popoli. Non un pasto di sopravvivenza, ma una festa di abbondanza, di comunione e di vita. Isaia 25 appartiene a una sezione del libro, i capitoli 24-27, spesso chiamata Apocalisse di Isaia. Il quadro è drammatico.

La terra è sconvolta, le sicurezze umane crollano, le potenze vengono giudicate. È dentro questo scenario che il profeta annuncia una promessa inaudita. Il Signore preparerà «per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande». Il soggetto è Dio. È lui che prepara, è lui che invita, è lui che agisce. E c’è un particolare decisivo. La festa è destinata a tutti i popoli. La salvezza non è un privilegio custodito gelosamente da pochi, ma una tavola alla quale Dio vuole radunare l’umanità.

Nel mondo biblico, mangiare insieme significa riconoscere una relazione, accogliere l’altro, ricostruire una comunione. Dio non immagina un mondo in cui ciascuno si salva da solo, ma una festa in cui nessuno è dimenticato. Poi Isaia annuncia che Dio strapperà il velo che copre i popoli ed eliminerà la morte per sempre. Quel velo rappresenta anzitutto la condizione oscura da cui Dio vuole liberare l’umanità. Ma possiamo riconoscerne un riflesso anche nella nostra vita. Possiamo avere mille informazioni e non riuscire più a vedere il bene.

Possiamo essere così feriti da non riuscire più a fidarci. In una famiglia, in una comunità, perfino in una parrocchia, può succedere che si finisca per vedere nell’altro soltanto un avversario. E quando ci siamo abituati alla delusione, cominciamo a sospettare anche di ciò che potrebbe farci bene. La paura diventa una lente attraverso cui guardiamo tutto.

Se qualcuno ci offre una mano, ci chiediamo che cosa voglia in cambio. Se si apre una possibilità nuova, pensiamo subito a come potrebbe andare male. Se arriva una persona capace di portare qualcosa di diverso, troviamo immediatamente un motivo per diffidare. Ma la promessa di Isaia va nella direzione opposta. Dio non si limita a consolare chi soffre dentro un mondo immutabile. Annuncia che la sofferenza e la morte non avranno l’ultima parola. E c’è un particolare bellissimo.

Dio non eliminerà soltanto la morte, ma asciugherà le lacrime su ogni volto. La salvezza è universale, ma non anonima. Dio si prende cura di ogni storia, di ogni ferita, di ogni volto. San Paolo riprenderà questa promessa nella Prima lettera ai Corinzi, annunciando che la morte sarà inghiottita nella vittoria (1 Cor 15,54). E l’Apocalisse riprenderà l’immagine delle lacrime asciugate (Ap 21,4). La speranza cristiana non è un generico ottimismo. È la fede che, nella risurrezione di Cristo, Dio ha inaugurato la vittoria definitiva sulla morte.

Per noi cristiani questa speranza ha un volto, quello di Gesù. Nell’ultima cena anticipa il banchetto del Regno. Sulla croce attraversa la violenza e la morte. Nella risurrezione mostra che il male è reale, ma non è eterno. La festa di Dio, allora, non è una distrazione dalla sofferenza del mondo. Comincia a farsi presente ogni volta che sfamiamo un affamato, accogliamo uno straniero, riconciliamo due persone, visitiamo un malato, restituiamo speranza a chi non ne ha più. Il mondo ci dice di non fidarci, perché prima o poi finiremo per soffrire. Dio ci invita a non lasciare che la sofferenza ci impedisca di vivere.

Non ci chiede di negare il male, ma di non credere che il male sia tutto ciò che esiste. E allora viene spontanea una domanda. Se Dio promette una festa, perché facciamo tanta fatica ad accettare l’invito? Il Vangelo racconta di persone che preferiscono il campo, gli affari, le occupazioni quotidiane. Non sono necessariamente persone cattive. Sono persone che hanno altro da fare. Ed è proprio questo a rendere la parabola inquietante. Si può perdere un invito di Dio senza aver commesso nulla di clamoroso. Basta non considerarlo abbastanza importante.

Alcuni invitati ignorano l’invito, altri arrivano perfino a maltrattare e uccidere i servi del re. La chiusura al Regno può assumere entrambe le forme. C’è l’indifferenza di chi non ha tempo per Dio e c’è l’ostilità di chi non vuole che Dio gli cambi la vita. Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium, denuncia il rischio di una «tristezza individualista» (n.2) e mette in guardia dal «pessimismo sterile» (nn.84-85). Non ci chiede di fingere che tutto vada bene. Ci avverte che il male del mondo non deve diventare una scusa per smettere di fare il bene. Esiste una tristezza che nasce dalle ferite e chiede di essere consolata.

Ed esiste una tristezza che finisce per innamorarsi delle proprie ragioni, che trova sempre una conferma alle proprie paure e non lascia più spazio a nessuna novità. A volte diventiamo così abituati a difenderci che non sappiamo più ricevere. Abbiamo paura di essere delusi e finiamo per non aspettarci più niente. È come se preferissimo una tristezza conosciuta a una gioia che ci obbligherebbe a rischiare. Simone Weil, filosofa che ha guardato senza sconti la sofferenza umana, ha dedicato una parte fondamentale della sua riflessione all’attenzione. Per lei, prestare attenzione significa sospendere per un momento i nostri giudizi, smettere di mettere noi stessi al centro e diventare capaci di accogliere la realtà dell’altro senza imprigionarlo nei nostri pregiudizi. È un modo di guardare che non pretende di avere subito tutte le risposte, ma lascia che la realtà ci raggiunga e ci interroghi. E questo vale anche per il nostro rapporto con Dio. Perché il bene, spesso, non arriva come ce lo aspettiamo. Può arrivare attraverso una persona scomoda, una responsabilità imprevista, un cambiamento che ci spaventa, una possibilità che non avevamo programmato.

Se abbiamo già deciso che nulla potrà sorprenderci, rischiamo di non riconoscere la sorpresa nemmeno quando ci viene incontro. La fede comincia anche da qui, dal concedere a Dio la possibilità di essere diverso dall’immagine che ci siamo costruiti di lui. La gioia cristiana non è superficialità, né buonumore obbligatorio. Non significa sorridere quando si vorrebbe piangere. Significa sapere che il male è reale, ma che non siamo condannati a restare prigionieri delle nostre delusioni. Papa Leone XIV, nel messaggio per la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani del 2025, ci ricorda che «la speranza è fonte di gioia sempre, ad ogni età» e che, temprata dal fuoco di una lunga esistenza, «diventa fonte di una beatitudine piena». È un pensiero prezioso.

La speranza non è soltanto per chi è giovane e ha ancora tutto davanti. È anche per chi ha attraversato tante prove, per chi porta addosso i segni del tempo, per chi pensa che ormai non ci sia più niente da aspettarsi. Il Vangelo non promette che tutto ricomincerà come prima. Ci annuncia che, con Dio, può cominciare qualcosa di nuovo. Ma la parabola non si conclude con una sala piena e una festa senza ombre. Il re vede un uomo senza l’abito nuziale e lo fa allontanare. Perché? Non basta essere stati invitati? L’uomo non viene condannato perché è povero o imperfetto. Gli invitati sono stati raccolti per le strade, buoni e cattivi. La porta è stata aperta a tutti.

Possiamo leggere l’abito nuziale come il segno di una vita che si lascia trasformare dall’invito ricevuto. La grazia è gratuita, ma non è irrilevante ciò che ne facciamo. Essere accolti significa anche lasciarsi cambiare. Possiamo ascoltare il Vangelo e continuare a essere pieni di noi stessi. Possiamo ricevere la Comunione e restare indifferenti a chi ci sta accanto. Possiamo parlare di misericordia e trovare sempre una ragione per condannare gli altri. Sarebbe come andare a un matrimonio per lamentarsi del menù, criticare gli sposi e spiegare a tutti che, in fondo, le feste sono una perdita di tempo. A quel punto, forse, il problema non è la festa.

La grazia non ci chiede di essere perfetti prima di entrare. Ci chiede di non restare indifferenti dopo essere entrati. Mi viene in mente Il grande divorzio di C.S. Lewis, un racconto fantastico che immagina un viaggio dal mondo grigio dell’infelicità verso i confini del cielo. I personaggi incontrati lungo il cammino devono scegliere se lasciare andare ciò che li tiene prigionieri oppure tornare alle proprie sicurezze, anche quando sono diventate una prigione. Non è un trattato teologico, ma mette in scena una verità spirituale decisiva. Può capitare che desideriamo la felicità, purché non ci venga chiesto di cambiare. Vogliamo la festa, ma alle nostre condizioni.

Vogliamo la gioia, ma senza rischiare nulla. Vogliamo una vita nuova, purché non tocchi le nostre vecchie abitudini. E invece l’invito di Dio è insieme gratuito ed esigente. Non dobbiamo meritare il suo amore, ma possiamo lasciarci trasformare da esso. Nella seconda lettura, Paolo racconta di aver imparato a vivere nella povertà e nell’abbondanza, nella sazietà e nella fame. Poi scrive «Tutto posso in colui che mi dà la forza». Non sta dicendo che, con abbastanza fede, otterremo tutto ciò che desideriamo. Sta dicendo qualcosa di più difficile e liberante. La nostra vita non dipende interamente dalle circostanze favorevoli.

Anche nella mancanza, anche nella prova, possiamo ricevere una forza che non viene soltanto da noi. La fede non elimina ogni motivo di tristezza. Ci impedisce, però, di identificare tutta la realtà con ciò che ci fa soffrire. E così la festa di cui parla Gesù non è soltanto un’immagine del paradiso lontano. Comincia già qui.

L’Eucaristia è il segno più grande di questa gratuità. Riceviamo Cristo, un amore che non abbiamo conquistato e una vita che non possiamo darci da soli. Poi usciamo dalla chiesa per rendere visibile, con gesti concreti, la festa alla quale siamo stati invitati. Alla fine, la domanda di questa domenica è semplice. Siamo ancora capaci di lasciarci sorprendere da Dio?

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