Il caso di Nicola Fiore. Se vuoi governare, prima prova a salire queste scale con una carrozzina

C’è una frase del Vangelo che basterebbe da sola a cambiare la politica e la società: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.”
Eppure, basta osservare ciò che accade ogni giorno: una persona in carrozzina che deve parlare con un ufficio pubblico e si trova davanti scale, gradini, ascensori rotti, uffici collocati in piani irraggiungibili. Non è solo una barriera architettonica: è una barriera culturale. È il segno che chi decide non si è mai chiesto: “E se fossi io al suo posto?” La politica che non immagina l’altro è una politica che non vede. E una città che non accoglie è una città che non ama.
Per capirlo basta ascoltare la storia di Nicola Fiore, che da 26 anni vive su una sedia a rotelle e che, qualche mattina fa, si è recato alla ASL di Vasto, in via Michetti, per un bisogno essenziale: il rinnovo delle batterie della sua carrozzina elettrica. Per qualcuno sono “solo batterie”. Per lui sono le sue gambe.
L’ufficio della dottoressa che si occupa delle autorizzazioni è al secondo piano. L’ascensore? Non a norma, troppo piccolo, inadatto a una carrozzina. Nicola non può salire. La dottoressa deve scendere lei. Questa non è solo una barriera architettonica. È una barriera culturale della mancanza di empatia con chi si trova in una situazione di disagio.
Un tempo la ASL le autorizzava quando erano usurate. Oggi, invece, non vengono più autorizzate nemmeno quelle usurate, perché il costo supera i 1.000 euro. Ma chi decide questi tagli ha mai provato a immaginarsi nella sua situazione? Ha mai provato a restare fermo perché “le gambe” non funzionano più? Ha mai provato a dipendere da una domanda presentata a gennaio e ancora senza risposta? Nicola, nel frattempo, ha dovuto ringraziare un amico che gli ha prestato la sua carrozzina. Ha provato anche a comprare batterie alternative, spendendo 400 euro, ma non sono compatibili per pochi millimetri. E ora deve restituire la carrozzina prestata.
Nicola è un padre, un lavoratore, un uomo che ha cresciuto tre figli — due laureati, uno studente di architettura — e che da 45 anni insieme alla moglie Francesca porta avanti l’attività di famiglia.
Non ha mai chiesto favoritismi. Ma oggi chiede rispetto. Chiede normalità. Chiede che la sua dignità non sia misurata da una scala o da un modulo.
Grazie ai social, Nicola ha potuto portare il suo caso all’attenzione di tutti, trasformando un disagio personale in una questione pubblica. I social, quando usati bene, diventano la voce di chi spesso non viene ascoltato, un megafono che rompe il silenzio e costringe le istituzioni a guardare ciò che per troppo tempo hanno ignorato.
Quando la struttura non si può modificare, si può sempre modificare l’organizzazione:
- Sportelli al piano terra — almeno un ufficio dedicato alle autorizzazioni deve essere accessibile senza ostacoli.
- Personale che scende al piano terra non come eccezione, ma come procedura stabile.
- Prenotazione assistita per persone con disabilità — un numero dedicato, tempi rapidi, operatori formati.
- Verifica annuale degli ascensori e degli accessi — non basta “avere un ascensore”: deve essere adeguato.
- Procedure accelerate per gli ausili essenziali — le batterie non sono un optional: sono mobilità, autonomia, vita.
- Sistema automatico di monitoraggio degli ausili un macchinario dotato di una procedura automatica che, dopo un certo periodo di utilizzo, segnala l’usura delle batterie della carrozzina, proprio come fanno le fotocopiatrici quando il toner sta per esaurirsi. In quel momento, la ASL dovrebbe inviare di default le nuove batterie, senza che la persona debba presentare domande, solleciti o giustificazioni. Sarebbe un modo semplice e umano per garantire autonomia, continuità e dignità.
Non servono milioni. Serve volontà. Serve immaginazione. Serve semplicemente entrare nei panni degli altri
