La famiglia chiamata sequela di Colui che è la Verità

«Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità» (1Cor 13,6)

Rubrica a cura di Don Giovanni Boezzi delegato dai sacerdoti della Zona Pastorale di Vasto per la Famiglia

Papa Francesco al n. 109 dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia, scrive: «L’espressione “chairei epi te adikia” indica qualcosa di negativo insediato nel segreto del cuore della persona. È l’atteggiamento velenoso di chi si rallegra quando vede che si commette ingiustizia verso qualcuno. La frase si completa con quella che segue, che si esprime in modo positivo. “Synchairei te aletheia”: si compiace della verità. Vale a dire, si rallegra per il bene dell’altro, quando viene riconosciuta la sua dignità, quando si apprezzano le sue capacità e le sue buone opere. Questo è impossibile per chi deve sempre paragonarsi e competere, anche con il proprio coniuge, fino al punto di rallegrarsi segretamente per i suoi fallimenti». Sempre il Papa al n. 110 continua a scrivere: «Quando una persona che ama può fare del bene a un altro, o quando vede che all’altro le cose vanno bene, lo vive con gioia e in quel modo dà gloria a Dio, perché “Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7), nostro Signore apprezza in modo speciale chi si rallegra della felicità dell’altro. Se non alimentiamo la nostra capacità di godere del bene dell’altro e ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia, dal momento che, come ha detto Gesù, “si è più beati nel dare che nel ricevere!” (At 20,35). La famiglia deve essere sempre il luogo in cui chiunque faccia qualcosa di buono nella vita, sa che lì lo festeggeranno insieme a lui».

Carissimi, per capire bene insieme il concetto, dobbiamo rifarci a Gv 16,20-24: «In verità, in verità vi dico che voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia. La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana. Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia. In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda. In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa».

Gesù istituisce i discepoli prima della sua passione e li mette in guardia dal mondo, che si rallegrerà dell’apparente fallimento del Cristo. Quanti gioiscono del male e “godono dell’ingiustizia”, come dice San Paolo, non sono mossi dall’amore, e sono lontani dalla verità tutta intera, oltre che dalla vera gioia: non si può essere felici quando si desidera il male degli altri e si è attenti a fare in modo che essi non si realizzino pienamente. Diverso è il comportamento di chi è amico di Gesù, che è la Verità: saprà gioire pienamente del bene degli altri e, anche se dovrà attraversare sofferenze e persecuzioni, sarà nella gioia, una gioia che nessuno potrà sottrargli. Per spiegare questa gioia profonda Gesù usa una immagine forte, tratta dalla vita della famiglia, manifestando in tal modo quanto questa sia legata alla dimensione della fede e del misticismo, e in particolare sceglie l’esperienza fondativa della maternità e del momento del parto, che diventa la metafora del Suo stesso sacrificio, portatore di vita piena e di gioia duratura. Questa gioia, che è la nota prevalente del cristiano, non impedisce di vedere le storture del mondo, ma apre su di esse una prospettiva soprannaturale, che consente di affrontare con occhi nuovi le difficoltà della storia e le imperfezioni dell’esistenza propria e di quanti ci sono accanto, offrendo la capacità di scorgere germi di bene e possibilità di bellezza: è questo il senso del “compiacersi della verità” che San Paolo indica come una caratteristica dell’amore autentico. Esso non mente mai: soccorre chi è nella prova, non finge di non vedere il male, sa guardare e valorizzare gli aspetti positivi di ciascuno, non gioisce dei fallimenti altrui ed è disposto a richiamare il fratello per ricondurlo sulla via buona. Questa caratteristica dell’amore è necessaria alla vita di famiglia: essa consente di fare della casa un contesto di crescita per tutti, uno spazio in cui ciascuno è accolto così come è, senza di dover mettere una maschera o temere di non essere amato. Essa permette di costruire un contesto sereno, in cui a tutti è possibile godere della autentica gioia, vivendo nella famiglia esperienze ricche di pace e beneficiando reciprocamente dei talenti che ciascuno possiede. Non è qualcosa che si costruisce con le sole proprie forze: per raggiungere la capacità di gioire della verità, e per mettere questa capacità al servizio della propria vita di coppia e di famiglia, bisogna mettersi alla sequela di Colui che è la Verità, il Cristo Gesù. Si tratta di chiedere insistentemente al Padre, nel suo nome, la stessa armonia che si respira nella Trinità divina, ove la Verità è perfetta ed è la radice stessa della gioia e dell’amore. Gesù assicura: la nostra gioia sarà completa se, istruiti dalla Sua Verità che fa luce sulle nostre imperfezioni, sapremo chiedere nel suo nome quanto è realmente necessario alla nostra vita di coppia e di famiglia, e garantisce che riceveremo quanto chiediamo.

Vi lascio alcune domande per una riflessione personale o di coppia:

  1. Guardo con verità le imperfezioni mie e dell’altro per migliorare?
  2. Sono capace di gioire pienamente della bellezza di chi mi sta intorno, e di sostenerlo nel suo percorso di crescita?
  3. La mia casa è luogo di gioia e di pace, o vi sono elementi di contesa o aspetti che rendono il clima pesante e poco sereno? Quali sono?
  4. Prego per ricevere le grazie necessarie alla mia famiglia?

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