Un alluce valgo per “sentirsi pienamente tutti sulla stessa barca”
Quando il dolore diventa occasione di incontro, e la cura si trasforma in cammino condiviso
Il valore dell’incontro nella fragilità
Un dolore notturno incredibile all’avampiede per metatarsalgia, dito a martello e alluce valgo mi ha convinta a rivolgermi a uno specialista per operarmi. L’intervento è divenuta una di quelle esperienze che, pur nascendo dal dolore, si è rivelata straordinariamente umana. L’operazione all’alluce valgo 2025 non è stata è solo una necessità medica ma un viaggio condiviso, una stanza d’ospedale, un confronto tra piedi e storie. E soprattutto, un’occasione per sentirsi “tutti sulla stessa barca”, come diceva Papa Francesco.
In quel pullman partito il 6 novembre 2025, c’erano 22 pazienti provenienti da Foggia e da altre località del Centro-Sud tra i 24 anni e gli 80 anni. Due posti a testa: uno per sé, uno per il piede da distendere al ritorno. Patrizia e Luca, gli organizzatori, hanno accompagnato con attenzione e premura ogni momento di andata e ritorno e dando anche le ultime indicazioni pratiche post operatorie. Anche una mamma che accompagnava la figlia ha aggiunto un tocco di tenerezza. Le fermate notturne, i volti assonnati, i primi sorrisi: già si cominciava a sentirsi parte di qualcosa.
Dalla stanza d’ospedale alla nascita di amicizie

All’arrivo, dopo le analisi e il prericovero, ci assegnano le stanze. Tre persone per stanza, perfetti sconosciuti. Ma bastano pochi minuti: “Fammi vedere il piede”, “Guarda il mio”, e si comincia a raccontarsi. Le stanze diventano piccoli salotti di confidenza, dove si parla di sé, si ride, si condivide l’attesa. Anche nei corridoi, tra una visita e l’altra, si creano legami. Il dolore, inaspettatamente, ci avvicina.
L’intervento del 7 novembre si è svolto in una struttura sanitaria a Faenza, con un’organizzazione precisa: visita, elettrocardiogramma, assegnazione stanza, anestesia locale. La durata varia da pochi minuti a un quarto d’ora circa, a seconda del tipo di intervento. Alcuni sentono dolore, altri no. Ma tutti ricevono attenzione e cura.
Dopo l’intervento, si resta stesi a letto per il tempo necessario. Poi, sorprendentemente, si è invitati a mettersi in piedi e camminare poggiando anche il piede operato con lo scarpone appositamente studiato per il corretto appoggio del piede in queste circostanze. Un passaggio che stupisce, ma che fa parte del protocollo di recupero.
Il dott. Nicola Del Bianco: il chirurgo delle “stelline”
A operare è sempre lui: il dott. Nicola Del Bianco, specialista in chirurgia percutanea del piede. Empatico, scherzoso, presente. Chiama i suoi pazienti “le mie stelline”, e il 7 novembre ne ha contate 38. La sua tecnica mini-invasiva consente un recupero più rapido e meno traumatico. Opera in strutture convenzionate e private, e chi desidera può mettersi in lista d’attesa e partire con il gruppo organizzato.
