Se fossi Ministro dell’Istruzione, ecco come ripenserei la scuola
Una voce di mamma, una visione di futuro
Se fossi Ministro dell’Istruzione, partirei da ciò che ho vissuto e da ciò che vivo come mamma. Da ciò che ho osservato nei miei figli, nei loro compagni, nei corridoi delle nostre scuole. E da ciò che ho toccato con mano durante un’esperienza formativa in Spagna, dove ho visto una scuola diversa da cui possiamo prendere qualche spunto.
Oggi i ragazzi non sono “meno curiosi” o “meno motivati”. Vivono semplicemente in un’epoca diversa. Un tempo fatto di immagini rapide, di stimoli continui, di schermi che bombardano emozioni in pochi secondi. Non possiamo educarli con gli stessi strumenti degli anni ’80, quando stare seduti cinque ore al banco era la norma. Oggi serve una scuola che li coinvolga, che li faccia fare, toccare, vivere.
Una scuola che fa scegliere davvero
Un cambiamento urgente riguarda l’orientamento. Oggi i ragazzi, dopo le medie, devono scegliere un indirizzo senza aver mai sperimentato davvero le materie. Come si può sapere se si è portati per la chimica, la meccanica, la sanità, la cucina, la fisica, il diritto e/o ogni altra materia se non si è mai toccato nulla di tutto questo? È un costringerli a fare un salto nel buio senza cognizione di causa.
Mio figlio, ad esempio, si era iscritto a meccanica convinto che la chimica non facesse per lui. “Chimica assolutamente no” disse quando doveva scegliere le superiori. Al terzo anno, dopo averla studiata, se ne è innamorato grazie anche a una docente, ai suoi ultimi anni di insegnamento, che le ha trasmesso tutta la passione per questa materia. Ma per studiare chimica ha dovuto poi farsi 160 km al giorno tra andata e ritorno. Se avesse avuto a disposizione due anni comuni per esplorare tutte le materie, avrebbe potuto fare una scelta più consapevole, evitando sprechi di tempo, energie e risorse.
Vorrei una scuola che non costringa a scegliere al buio, ma che dia tempo, strumenti e esperienze per capire chi si è e dove si vuole andare.
Metodologie esperienziali: imparare facendo
I ragazzi hanno bisogno di appassionarsi. Di capire che ciò che studiano ha un riflesso sulla loro vita. Le metodologie didattiche esperienziali — come il Project-Based Learning, la Flipped Classroom, il Cooperative Learning, il Learning by Doing — sono queste metodologie che ci fanno studiare nei concorsi per docenti ma quanti le mettono in pratica?
Mi sono appassionata al diritto grazie a una docente che non mi chiedeva di studiare il libro a memoria, ma mi invitava a leggere direttamente la norma giuridica, comprenderne la ratio e analizzare come venisse applicata ai casi concreti della vita di un cittadino.
Vorrei che i docenti fossero selezionati non solo per le loro conoscenze disciplinari, ma anche per la loro capacità di trasmetterle, di coinvolgere gli studenti, di entrare in relazione autentica con la classe. Vorrei concorsi in cui si osserva come un insegnante interagisce con una classe reale, non ipotetica; in cui si valuta l’empatia, la creatività, la capacità di far nascere domande, di stimolare il pensiero critico e di adattarsi ai bisogni diversi degli alunni.
Serve una scuola che riconosca e premi chi è capace di mettersi continuamente in gioco, di imparare cose nuove, di crescere insieme ai propri studenti. Perché insegnare non è solo trasmettere contenuti, ma accendere menti e cuori. .
Presidi o dirigenti? Ripensare il “ruolo/ i ruoli” guida nella scuola italiana
In Spagna, ogni 4–8 anni, un docente assume il ruolo di “director” per il proprio ordine di scuola. Questo sistema orizzontale, molto probabilmente, favorisce la collaborazione, la responsabilità condivisa, la comprensione dei bisogni reali e aiuta ogni insegnante a sentirsi parte integrante del progetto educativo, non solo un esecutore.
Da noi, invece, il dirigente scolastico ha competenze e responsabilità enormi, e non sempre ha il tempo di essere presente come il preside di una volta. Mio fratello mi racconta che, quando studiava all’istituto industriale, ogni mattina trovava il suo preside (il mitico preside Fernando Fiore dell’industriale di Vasto) all’ingresso, pronto a salutare tutti gli alunni, conosceva i volti, interveniva con autorevolezza e umanità; e quando qualcuno usciva dai ranghi, interveniva con il diretto interessato. Spesso andava persino a cercare chi faceva filone. Era una figura di riferimento soprattutto per gli studenti e non solo un amministratore.
In linea di massima, sarebbe auspicabile una figura simile al “director” spagnolo per ogni ordine di scuola. In Italia c’era il “preside” ed era naturale sceglierlo tra i docenti. Oggi, invece, si parla di “Dirigente”, come in ogni altra struttura manageriale. Per la scuola, potrebbe essere opportuno quindi affiancare al “director spagnolo” una figura dirigenziale empatica, selezionata tra laureati in economia, giurisprudenza, ingegneria e/o discipline affini, come avviene per altri dirigenti pubblici e privati.
Spazi che parlano di bellezza
Oggi più che mai i nostri ragazzi hanno bisogno di scuole con giardini curati, spazi aperti, cortili dove si possa studiare, sognare, respirare. Da noi, invece, il verde è spesso un lusso: bisogna “pregare” l’ente proprietario persino per tagliare l’erba incolta.
Molte scuole risultano spesso poco funzionali, come se fossero progettate senza tener conto delle reali esigenze dei bambini e ragazzi. In alcuni casi, mancano persino spazi adeguati e dignitosi per accogliere bambini e ragazzi con disabilità importanti quando devono essere cambiati.
Io sogno scuole belle, pensate in ogni dettaglio per accogliere e ispirare, spazi che parlino di cura, perché la bellezza educa. E i ragazzi meritano luoghi che li facciano sentire importanti.
Com’è possibile che, secoli fa, si riusciva a costruire edifici capaci di togliere il fiato per la loro bellezza e armonia, e oggi, con tutte le tecnologie a disposizione, si progettano strutture fredde, senz’anima, soprattutto quando si tratta di scuole?
Una scuola che fa battere il cuore
Se fossi Ministro dell’Istruzione, vorrei una scuola che non insegni solo nozioni, ma che faccia innamorare del sapere. Che dia ai ragazzi il gusto di conoscere, di esplorare, di costruire: una scuola che prepari alla vita.
Ogni ragazzo ha dentro di sé un mondo da scoprire e la scuola dovrebbe essere il luogo dove quel mondo prende forma.
