“Rimanete in me”

(Commento al Vangelo di don Nicola Florio)

“Rimanete in me” (Gv 15,4) è l’accorato appello che Gesù ci rivolge nel Vangelo in questa V domenica di Pasqua. Siamo chiamati, come credenti cristiani, non solo ad andare dietro a Gesù, come fanno le pecore con il pastore, ma a stare in Gesù, come sono i tralci nei confronti della vite.

Questa seconda immagine è cara alla Sacra Scrittura. Ma se nell’Antico Testamento Dio era il padrone della vigna, custode buono e operoso, ma distinto dalle viti, ora Gesù introduce una grande novità: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,5). Dal giorno del Battesimo, per puro dono della Grazia di Dio, siamo innestati in Cristo; facciamo parte della stessa pianta, nella nostra vita scorre la sua Vita. Dio è in noi, non come padrone ma come linfa; Dio è in noi, non come voce da fuori ma come verità che illumina l’esistenza da dentro; Dio è in noi, per prendersi meglio cura di noi.

E a noi è chiesto di rimanere in Lui. Come si può rimanere in Dio?

San Giovanni nella sua prima lettera afferma: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del suo Figlio Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui” (1Gv 3,23-24). Ecco le tre condizioni per rimanere in Dio: credere in Gesù, amare come Gesù, rispettare i comandamenti.

C’è poi un particolare interessante nella stessa lettera di Giovanni: Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18). La vita cristiana non è una teoria; la vita cristiana è fatta di gesti concreti, capaci di esprimere l’amore che abita nel cuore. Qualche volta ho l’impressione che anche nella Chiesa ci sono tanti disposti a fare da insegnanti, e pochi pronti a fare da operai. Certo, per costruire una casa c’è bisogno di un buon progetto, ma se mancano gli operai quella casa resta una pura illusione!

La vita cristiana è esattamente come quella dei tralci: dalla vite ricevono la linfa vitale; nei grappoli producono frutti gustosi, non per sé stessi ma per coloro che si nutriranno di essi. Ecco la vita cristiana: uniti a Cristo come i tralci alla vite, da Lui riceviamo l’abbondanza della grazia e nei “fatti” produciamo frutti d’amore destinati a quanti incontriamo sul nostro cammino. Nessun albero si nutre dei frutti che produce, ma li dona a quanti si avvicinano.

            Quanta grazia: riceviamo la vita in dono per fare della nostra vita un dono!

            E perché possiamo produrre frutti buoni e gustosi d’amore, il Signore ci ricorda che sono necessarie due operazioni:

  • Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia (Gv 15,2a): i tagli della vita, soprattutto quando sono improvvisi e violenti, fanno male. Eppure ci sono rami secchi in noi che da tempo non danno alcun frutto. Ciò che è sterile in noi deve essere tagliato perché non è più capace di portare il bene.
  • Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto (Gv 15,2b). Conosciamo bene questa legge naturale. La potatura fa male, ma permette alle piante di crescere più forti. Perché non accettare le potature che Dio opera nella nostra vita nella consapevolezza che proprio queste sofferenze ci renderanno più forti e ci permetteranno di produrre frutti migliori? Certo, non è facile vivere così; ma Dio sa come renderci fecondi nella logica dell’amore. E, se proprio non riusciremo a sopportare il dolore, a Dio potremmo chiedergli di usare con noi un po’ di anestesia!

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