“Rimanere in” e “portare frutto”.

VIII settimana del Tempo Ordinario – Mercoledì

San Filippo Neri – MEMORIA

Commento al Vangelo – Gv 15, 1-8

A cura di don Giovanni Boezzi

Giovanni riprende l’immagine della vite, familiare agli ascoltatori, ma va al di là dello sfondo biblico facendo uno spostamento ardito: non è più Israele la vigna di Dio, ma il Figlio. Gesù stesso s’identifica e si auto-rivela come la vite di cui parlavano i profeti. Piantato da Dio, il vignaiolo, e oggetto del suo amore è Lui la vera vite del Padre, è Lui il nuovo Israele. Il Figlio realizza nella propria persona ciò che la figura voleva significare. È la vera vite, l’unica in grado di manifestare pienamente la gloria di Dio e di produrre finalmente i frutti sperati. In Gesù il dono di Dio e la risposta dell’uomo si congiungono e trovano il loro compimento.

Da qui l’invito e il richiamo pressante ai discepoli a rimanere in Lui. Come i tralci devono rimanere attaccati alla vite per nutrirsi e crescere, così i discepoli devono mantenere questo legame essenziale e vitale con Gesù. Al di fuori di questo legame non c’è possibilità di vita, il tralcio muore e si secca. Per sua struttura naturale la vite è un tutt’uno vivente le cui parti sono interdipendenti e inseparabili. Così è anche il legame dei credenti con il Figlio. Il fine è portare frutto per glorificare il Padre. Il portare frutto è condizionato alla reciproca inabitazione del Figlio e dei discepoli. I discepoli sono invitati a rimanere in Gesù, ma Gesù promette di rimanere nei discepoli se i discepoli faranno memoria e custodiranno la sua parola.

Il Padre, il vignaiolo, opera la potatura dei tralci e toglie via quelli che non portano frutto. Il vignaiolo taglia e pota e le sue attività condizionano la fecondità della pianta. Lo scopo della potatura è il frutto che deve essere sempre più abbondante. Gesù assicura ai discepoli che sono già stati potati, innestati nella vite e quindi pronti a portare frutto, grazie alla Parola che hanno ricevuto da Lui. La potatura, opera del Padre, avviene tramite la parola del Figlio, poiché il Padre è all’origine di ogni sua parola. È la Parola che pota e prepara il tralcio. Ma il portare frutto dipende anche dal tralcio. Rimanere in Cristo dipende dai discepoli. Nell’immagine dei tralci i discepoli non sono solo beneficiari passivi della linfa vitale che scorre dalla vite, ma diventano partecipi e co-autori nella produzione del frutto. Il discepolo è inserito in una relazione vitale e personale nella quale l’effettiva realizzazione del progetto di Dio richiede la sua collaborazione, il consenso personale, mai compiuto una volta per tutte, in un atteggiamento di conversione permanente. Si tratta per il discepolo di accogliere in sé l’attività di Gesù e di permettere lo scorrere di quell’amore trinitario il solo capace di suscitare vita. Il rischio, sempre possibile, è quello di interrompere questo legame vitale staccandosi dalla radice.

Portare frutto e diventare veri discepoli, cioè uomini capaci di manifestare pienamente al mondo l’amore di Dio, è l’unico modo per glorificare il Padre.

Oggi prego con il salmo 102.

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Dal vangelo secondo Giovanni (15, 1-8)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.  Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.  Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli». 

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