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Ospedale di Vasto, pasti da 60 km e poi nei rifiuti: così si spreca il cibo (e la dignità dei pazienti)

Anziani, neomamme e pazienti fragili costretti a rifiutare pasti freddi, trasportati da Lanciano. La cucina interna è chiusa da anni, il cibo torna indietro e spesso finisce nella spazzatura.

Vasto (CH) – Un ospedale che non cucina per i propri pazienti. Pasti prodotti a 60 chilometri di distanza, trasportati su gomma e serviti – spesso – freddi, insipidi, talvolta talmente immangiabili da finire direttamente nella spazzatura. Sembra una caricatura di inefficienza pubblica, e invece è la quotidianità all’ospedale “San Pio” di Vasto, dove le lamentele di pazienti e familiari si moltiplicano. Gli anziani ricoverati e le donne che hanno appena partorito sono tra i più colpiti da questo paradosso tutto abruzzese: un ospedale senza cucina.

Il cibo parte da Lanciano, ma spesso torna indietro

La cucina interna del San Pio è chiusa da anni. Doveva essere temporaneo: un intervento di adeguamento, annunciato nel 2019, mai completato. Nel frattempo, i pasti arrivano ogni giorno da Lanciano, viaggiando e spesso arriva prima di essere distribuiti ai degenti. Il risultato? “Arrivano già freddi”, “il pranzo viene servito alle due del pomeriggio”, “i piatti vengono rimandati indietro”, si legge su più segnalazioni apparse su Il Centro e in comunicati del comitato civico “L’Arcobaleno”. Basti pensare alla pastina, spesso servita per motivi economici e dietetici: se ben fatta, è leggera e nutriente. Ma dopo un’ora nel brodo, diventa una massa collosa e stracotta, irriconoscibile rispetto a ciò che dovrebbe essere.”

Ma il danno non è solo qualitativo: è etico ed economico. Lo spreco di cibo, denunciato da familiari, è un problema reale: vassoi interi tornano indietro perché inservibili, soprattutto nei reparti più sensibili, come maternità e geriatria. In nessun documento ufficiale la ASL ha fornito stime sullo spreco, ma le testimonianze raccolte indicano una tendenza chiara: gran parte dei pasti finisce nel cestino. Sarebbe opportuno che la ASL Lanciano‑Vasto‑Chieti si attivasse per verificare la qualità del servizio mensa e un servizio feedback dai diretti interessati: i pazienti.

Neomamme e anziani dimenticati
Non si tratta solo di comfort: per chi ha appena partorito, o per un anziano debilitato, la qualità del pasto è parte integrante del percorso di cura. E invece arrivano minestre gelatinose, verdure molli, carne gommosa. “Il cibo ospedaliero non deve essere da ristorante, ma deve essere dignitoso”, spiega una giovane madre.” Non è un caso isolato. Le testimonianze sono tante, tutte convergenti. E chi può, si fa portare pasti da casa. Chi non può, subisce in silenzio.

Nel frattempo, si continua a spendere denaro pubblico per un servizio che non soddisfa i bisogni essenziali dei degenti. C’è chi parla apertamente di un “disastro silenzioso”, di una logica economica che sacrifica la qualità in nome della semplificazione burocratica.

Ma un ospedale, ricordiamolo, non è un’azienda di logistica. È un luogo di cura. E la cura passa anche dal cibo.

Una questione di dignità
Oltre i numeri, oltre le gare d’appalto, oltre la burocrazia, resta una verità ineludibile: chi è ricoverato ha diritto a un pasto caldo, decente, nutriente. Non si tratta di un favore, ma di una parte integrante della degenza. Invece, a Vasto, tutto questo viene quotidianamente negato. A essere colpiti sono i più fragili: gli anziani soli, le donne che allattano, i pazienti cronici. Il loro pasto, anziché curarli, li umilia.

Questa non è solo una questione logistica. È una questione di giustizia, di rispetto, di sanità pubblica. La ASL ha il dovere di chiarire perché si continuano a spendere soldi per un pasto che viene buttato. Deve decidere da che parte stare: con i pazienti o con un appalto che non rispetta le promesse.

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