Non abbiate paura

(Commento al Vangelo di don Gianni Boezzi)

Cos’è la paura? Esistono tantissime paure – degli animali, del buio, degli estranei, della solitudine, della malattia e così via – reali o immaginarie, paure che l’uomo ha sempre provato nella sua lunga storia o paure nuove nate nel mondo contemporaneo. Nella maggioranza delle situazioni per noi uomini la paura non proviene da pericoli esterni, ma dall’interno del nostro essere, dalle nostre stesse fantasie. È pur vero che esistono paure reali, provocate da pericoli oggettivi ma se andremo ad analizzare i singoli casi vedremo che non è così facile distinguere tra pericolo reale e immaginario.

Siamo nel secondo dei cinque discorsi di Gesù che scandiscono il vangelo di Matteo. Il brano evangelico di questa domenica, scandito da tre «non abbiate paura». Innanzitutto non dovranno avere paura degli uomini. Il sottinteso è chiarissimo: gli uomini possono fare paura. Lo può dire Gesù che bene conosce ciò che attecchisce nel cuore umano (cfr Gv 2,24): le infinite malefatte, anche le più clandestine, non possono rimanere celate, «poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto». Gli apostoli, dovranno far risuonare l’annuncio evangelico con voce alta, quindi «quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo alla luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze». Eccoci al secondo «non abbiate paura». Di chi? «Di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima». Gli assassini e i violenti non sono i peggiori delinquenti. Al massimo possono colpire a morte il corpo. A parere dell’autore basta già, ma per Gesù c’è di peggio, infatti: «Abbiate paura piuttosto di chi ha il potere di far perire nella Geenna l’anima e il corpo». La Geenna era una piccola valle squallida e arida nella larga periferia di Gerusalemme, usata un po’ come inceneritore comunale. Tutto questo ci dice che esiste qualcosa di peggio della morte ed esiste un losco personaggio – il diavolo, per intenderci – quanto mai soddisfatto se riesce a trascinarci in tale condizione infernale. Ancora un’insistita esortazione al coraggio, questa volta non come premessa ma come provvisoria conclusione.

Il vangelo non è per fragili mammole ma per un’umanità audace, pronta ad accettare il martirio se richiesto dalle circostanze: «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Il martirio è la testimonianza suprema, per fortuna non richiesta dalle nostre parti. Ma non esiste solo la testimonianza a prezzo di sangue. Esiste anche la testimonianza della fede esistenziale, quotidiana: quella di fregarsene della derisione degli stolti se si va a messa la domenica, e di presentarsi con sicurezza all’ambone per leggere la parola di Dio. 

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