Lo scandalo di Colui che deve venire!

Commento al Vangelo di don Pieralbert D’Alessandro

La domanda di Giovanni ci permette di continuare sulla stessa falsariga. La domanda non è solo sua, e neppure solo dei suoi discepoli. Sei tu
colui che deve venire?
Viene espresso qui il problema dell’uomo che fatica a riconoscere i segni della presenza del Messia di Dio nella storia. Ed è pure la domanda di senso che ogni credente, prima o poi rivolge a Dio. Al pari del Battista, il credente si trova spesso nella totale incertezza, quando si tratta di interpretare gli accadimenti della vita.

La risposta di Gesù rimanda alla Scrittura, citando quel passo del profeta Isaia dove si parla dell’Unto di Jhwh, come di colui che evangelizza i poveri, fascia le ferite dei cuori spezzati, libera schiavi e prigionieri dal carcere e dall’oppressione. Già in questo rimando brilla una luce: chi vuol comprendere la manifestazione di Dio nel mondo è chiamato a riconoscere che Dio si manifesta diversammente rispetto alle attese umane. L’uomo va a cercare Dio nell’onnipotenza e lo trova invece negli angoli bui e nascosti di un’umanità ferita. Non a caso, l’evangelista Matteo pone l’evangelizzazione dei poveri al vertice della lista compilata da Isaia. Il Battista e i lettori di ogni tempo sono chiamati a scrutare i grandi segni della Presenza di Dio nel mondo dei bisognosi: in ciò che, agli occhi del mondo, appare meschino e di poco conto. È questo lo scandalo che Giovanni e i cristiani sono chiamati ad affrontare. Beato chi non si scandalizza di me richiama il Messia mite e umile di cuore, che non grida e non fa audience, non vive di competizione e non abbatte, ma – come servo obbediente – offre la sua vita per portare ai poveri la bella notizia del Vangelo.

In questa linea va interpretato l’elogio che Gesù fa del Battista davanti alle folle. Giovanni non è un uomo di palazzo e di prestigio, e neppure una di quelle molli figure che attirano per la loro ambiguità e il loro potere mediatico. La grandezza di Giovanni risiede nella forza della sua parola che, al pari di quella dei profeti, sconvolge le categorie mondane. Anzi, Giovanni è più di un profeta, perché addita di persona l’Unto di Dio. Di fronte a lui, Gesù è, in certo senso, più piccolo, perché nel disegno salvifico di Dio si presenta dopo Giovanni, e tuttavia, diventa il più grande, in conformità al costante modo di agire di Dio, che sceglie non secondo categorie umane, ma divine.

Nella scoperta di Dio, il credente è chiamato costantemente ad andare “oltre”. Credere significa dar credito a un Dio che si manifesta al di là delle aspettative umane. Ed è proprio qui che il discorso sull’attesa diventa più impegnativo. La pazienza cristiana non è una rassegnata sopportazione degli eventi, ma è una tappa operosa che, invece di cercare la realizzazione del Progetto divino nei propri angusti orizzonti, spinge lo sguardo a un “al di là” che sempre ci sorpassa e ci sorprende. La pazienza è la capacità di capire come certi passaggi critici della vita hanno il potere di condurci verso altri lidi, verso altre mete, per lo più nascoste alla nostra piccola immaginazione, ma non alla Sapienza di Dio che tutto riconduce sotto il suo disegno di amore.

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