don gianluca catania

“Lieti nella speranza”

Commento al Vangelo di don Gianluca Catania

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv14,15) ci ha detto Gesù nel Vangelo. Amare Cristo, testimoniarlo, in altri termini essere cristiani, è condizionato e legato all’osservanza gioiosa dei suoi insegnamenti. È un impegno fondamentale di vita che non ci separa dagli altri, ma che ci distingue dagli altri.

Non si tratta di abbracciare un’etica basata sui buoni costumi, ma di assumere uno stile nuovo di vita, di confrontarsi con l’osservanza di una legge nuova, quella dell’amore, sgombrando il cuore dalla fitta nebbia della tristezza. Non si può amare Dio, escludendo una pratica di vita coerente e gioiosa, capace di includere il prossimo, di servire maggiormente dove la sofferenza è più presente e le altre dimensioni dell’esistenza. Il vero cristiano è tale, quando opera senza riserve nell’azione e senza misura nella gioia.

Descrive bene, questa condizione, quasi a definirne lo statuto, uno scritto della fine del II secolo d.C., di autore ignoto: Προς Διόγνητον Επιστολή, si tratta della nota lettera a Diogneto. In essa viene rilevato che “i cristiani non si differenziano dal resto degli uomini […] e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del tempo, si propongono una forma di vita meravigliosa […].

L’ignoto autore di questa lettera descrive uno stile nuovo di vita che non ritiene bastevole una religione disincarnata dalla vita! Difatti, “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio […]” (Mt 7,21). In altri termini, saremo testimoni credibili, nella misura in cui veicoleremo un messaggio di speranza tipico dell’essere “creature nuove in Cristo”; diversamente, un cristianesimo triste, incapace di coinvolgimento e incorniciato solo in una pratica esteriore, amplificherebbe l’eco del pensiero di chi, come Nietzsche, afferma: “Dicono di credere in un Dio risuscitato, ma le loro facce sono tristi come quelli di gente che segue un funerale; […]

Questa visione fallimentare del cristianesimo troverebbe il suo naturale sviluppo nella dichiarazione della “morte di Dio”, ma non è accettabile!

In che modo, allora, dare forma alla bellezza dell’essere cristiani e farne emergere la vitalità? Accogliendo l’invito di San Pietro, a suo tempo rivolto ai cristiani della diaspora, indicativo di un’urgenza presente anche oggi: “[Siate] pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt13,15-16).

Questa è l’indicazione da seguire per superare la fragilità del momento in cui viviamo, segnato dalla tristezza e dall’assenza di speranza nel proprio vissuto. Il cristiano vero non si lascia incastrare dalla morsa dell’angoscia. Una risposta di segno evangelico la diede San Francesco d’Assisi, attraverso “la perfetta letizia”, vale a dire la gioia e l’equilibrio nel superare felicemente le varie prove della vita, comprese le persecuzioni, per amore di Cristo. Già San Paolo richiamava i primi cristiani: “[…] non siate tristi come gli altri che non hanno speranza.” (1Ts 4,13) “Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. […] (Rom 8,24); dunque, dobbiamo essere lieti nella speranza e il fondamento della nostra speranza è Cristo.

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