«Le prostitute e i pubblicani vi passano avanti nel regno di Dio»

(Commento al Vangelo di don Simone Calabria)

XXVI DOMENICA DEL T.O.A

(Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32)

“Solo la grazia di Dio, l’incontro con Cristo ci salva”

In questa domenica le letture ci invitano a dare importanza alle scelte e alle azioni che compiamo in quanto credenti.

“Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò”.

Dinanzi al Padre che invita i figli ad andare a lavorare nel suo campo, il primo esprime riluttanza, rifiuto totale: “non è ho voglia”. «Ma poi», osserva Gesù «si pentì e vi andò».

Il secondo figlio, invece, risponde all’invito del Padre con pronta disponibilità, ma solo a parole. Il suo è un «sì» proclamato prontamente e ad alta voce “sì, signore”, che di fatto però si traduce in un «no».

“Non ne ho voglia”. Forse siamo anche noi nella condizione di questo giovane che dice chiaramente il motivo della sua disobbedienza.

In questa risposta, sincera, ma non da lodare, c’è il segreto della malattia spirituale che corrode dal di dentro anche le nostre comunità. C’è qualcosa che paralizza la nostra volontà, che ci toglie la forza di fare il bene e la lucidità per riconoscere il vero: “non ne ho voglia”…e prevale l’istinto, la voglia del momento. Quante volte abbiamo risposto e fatto così. Ma ecco le conseguenze. Quando all’appello della Verità e del Bene preferiamo la voglia del momento, l’amore al comodo, succede anzitutto che l’orizzonte della nostra vita diventa meschino, infelice: si vive totalmente, come bambini ripiegati su se stessi e questo sembra soddisfare sul momento, ma poi non paga.

Viviamo tutto quello che ci accade centrato soltanto sulla nostra piccola felicità personale, sempre alla ricerca di nuove emozioni di breve durata, sempre in balìa degli stati d’animo, delle circostanze, della scaltrezza o dell’inganno di chi e più forte di noi. Più si vive così, più si vive insoddisfatti perché, anche riuscendo a procurarci molti piaceri, la “fregatura” è che durano un attimo e non ci saziano.

“Non ne ho voglia”: è la formula del fallimento. Che cosa ci può strappare via da questa pigrizia mortale? Il più delle volte, se il nostro cambiamento non avviene, non è per colpa dell’intelligenza ma della volontà! È come una schiavitù: quanto più la Verità ci impegna, tanto più cresce la paura di rischiare e la volontà si blocca. Solo la grazia di Dio, attraverso i Sacramenti e specialmente attraverso la Chiesa, ci strappa dalla pigrizia, ci salva.

Con questa parabola, Gesù stigmatizza la sicurezza e l’arroganza dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo, convinti che la salvezza o la perdizione siano un fatto quasi “ereditario”. In altri termini, nella loro concezione, il solo appartenere a una “buona famiglia” o a una buona tradizione religiosa era considerato già garanzia di salvezza. Niente di più sbagliato!

Già Ezechiele (Prima Lettura) mostra tutta la falsità di una concezione simile, che toglie ad ognuno di noi ogni responsabilità in prima persona. Gesù conferma questa visione, affermando chiaramente: «Le prostitute e i pubblicani vi passano avanti nel regno di Dio». Una frase apparentemente paradossale. Egli non vuol certo dire che, per salvarsi, occorra divenire prostitute o sfruttatori; piuttosto, vuole dirci che quanti si sentono “al sicuro”, compiaciuti dei propri meriti e privilegi, difficilmente accolgono l’invito a convertirsi e ad allontanare il peccato, magari perché convinti di non averne realmente bisogno.

Carissimi, APRIAMOCI AL PERDONO.

Tutti abbiamo la possibilità, ogni giorno, di cadere nel peccato, come accade anche ai pubblicani e alle prostitute. Ma il Signore non ci abbandona nel nostro peccato; Egli non smette di cercarci, invitandoci di continuo a raddrizzare la nostra vita e ad aprirci al suo perdono.

Ritroviamo il gusto della verità e la voglia di essere persone coerenti, ricuperare quell’autenticità che rende pienamente uomini. Amen.

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