La Salita al Calvario (o Cristo portacroce)

(Don Gilberto Ruzzi)

La Salita al Calvario (o Cristo portacroce) attribuito a Hieronymus Bosch

Nella Liturgia della parola di questa IV domenica del Tempo “per annum“, seguendo l’annata C, ben tre figure profetiche vengono evocate ed accostate a Gesù: Geremia, Elia ed Eliseo.

Elia, il simbolo per eccellenza della profezia, colui il cui ritorno era atteso per precedere l’imminente venuta del Re-Messia; il suo discepolo e successore Eliseo, che aveva proseguito il ministero profetico del maestro; Geremia, infine, il profeta tormentato, colui aveva lamentato tutta la fatica di una predicazione in mezzo ad un popolo incredulo ed ostile.

Tutti e tre, oltre che dal ministero profetico, sono accomunati dal rifiuto che subirono, dalla persecuzione, addirittura, che si era scatenata nei loro confronti a motivo delle parole pronunciate per conto di Dio.

In questa sequenza di profeti rifiutati, ma non sono gli unici, si inserisce Gesù: l’episodio ambientato da Luca nella sinagoga di Nazaret è emblematico di quello che sarà l’esito del suo stesso ministero.

Ho pensato di sostare insieme con voi dinanzi ad un’opera che non richiama immediatamente la scena evangelica odierna, ma ce ne svela il senso: La Salita al Calvario (o Cristo portacroce) un dipinto a olio su tavola (76,7×83,5 cm) attribuito a Hieronymus BLa Salita al Calvario (o Cristo portacroce) attribuito a Hieronymus Boschosch, datato al 15101516 circa (ma le datazioni delle opere di Bosch sono sempre complicate o approssimative), anche se non è da escludere che si possa trattare di un imitatore dell’artista, quindi spostando la datazione al al 1535 circa. Il dipinto è conservato nel Museo di belle arti di Gand.

In questa tavola, quasi quadrata, la scena sospesa nel tempo, – non vi è uno sfondo o un’ambientazione, – racchiude ben diciannove volti, un piccola folla, dalle espressioni più diverse, ma per lo più accomunati dai medesimi tratti grotteschi. Bosch raffigura un’umanità feroce, che si muove come lungo una corrente impercettibile, composta da dignitari, fattucchieri, sgherri, soldataglia; tra di essi scorgiamo anche un personaggio che dall’abito si direbbe essere un frate il quale, invece di confortarlo, sembra piuttosto tormentare il condannato di fronte a lui: e quest’ultimo, livido, come fosse già morto, è quello che identifichiamo solitamente con l’appellativo di  “Buon Ladrone”.

Ma in basso, sempre sul lato destro, troviamo anche l’altro malfattore che viene condotto al luogo del supplizio. Lo riconosciamo da un espressione feroce, quasi un ringhio, con la quale si rivolge ai suoi aguzzini, che, in quanto a mostruosità, non sono da meno.

In questo microcosmo in cui violenza e noncuranza sembrano farla da padrone, incontriamo altri volti, quasi defilati, come quello del Cireneo che nello sforzo di sorreggere la croce di Gesù sembra quasi sparire; la Veronica, il personaggio femminile che la pia tradizione inserisce nel racconto evangelico della salita al Calvario, che avrebbe deterso il volto del Signore imprimendone così i tratti nel telo di lino, il suo attributo tradizionale che ce la fa identificare anche in questa folla scomposta e chiassosa.

Ma sarà poi vero che è così scomposta la scena creata da Bosch? Guardiamo con attenzione e notiamo due diagonali che tagliano il quadro partendo dal volto del buon ladrone  fino a quello di Veronica, mentre l’altra corre lungo la linea del braccio della croce, e, al centro, dove si incrociano, l’ultimo volto, il più defilato di tutti, quello che sembra quasi perdersi in questo caos organizzato, quello verso il quale il pittore ci accompagna: il Volto del Cristo, di una mitezza assoluta, dagli occhi chiusi, abbracciato, alla croce che porta sulle spalle, quasi vi trovasse conforto; e sta lì, al centro di questo vortice di follia.

E in questo fluire di vite e di volti, lui “passa in mezzo a loro“, l’unico ad avere fattezze pienamente umane. Lui, il profeta rifiutato perché “troppo umano”, sprovvisto di prodigi e miracoli – glielo rinfacceranno dalla sinagoga di Nazaret fin sotto alla croce – del quale non si sa che farsene.

E’ più facile gettarlo via.

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