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La Prima Comunione: Sacramento o evento sociale? Il rischio di una “festa pagana senza Dio” nel cuore della liturgia

Il Corpus Domini è una festa solenne, un pilastro della fede che celebra la Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Eppure, accade spesso che proprio nel giorno in cui la Chiesa porta il Santissimo Sacramento in processione, le parrocchie siano impegnate in prime comunioni che, per dinamiche e contorno, sembrano distanti anni luce dal senso profondo di questo mistero.

L’invasione del bar in chiesa

Qualche domenica fa, nel mio circondario durante la consacrazione, il silenzio – quel silenzio che dovrebbe essere sacro e “pieno” – è stato infranto dal brusio degli invitati. Sembrava di essere al bar, non davanti all’altare. Abiti da cerimonia che lasciavano scoperte diverse parti del corpo, scatti di macchine fotografiche, chiacchiere ad alta voce. È facile puntare il dito contro le famiglie, accusandole di vivere il sacramento come un rito di passaggio sociale, una festa “pagana” in cui il protagonista non è l’Eucaristia, ma il bambino e il successivo banchetto.

Ma possiamo davvero incolpare solo i genitori? O forse, la responsabilità va cercata anche nella struttura stessa della vita parrocchiale?

Tra i 20-80 bambini concentrati in poche date “evento”: una trappola pastorale

Ogni anno, tra maggio e giugno, le parrocchie si trasformano in catene di montaggio: 10, 20,50, 60, fino a 80 bambini concentrati in pochi fine settimana. Questo non è “fare comunità”, è gestire un afflusso. Quando si radunano decine di famiglie contemporaneamente, la celebrazione perde il suo sapore intimo e comunitario per diventare una manifestazione di massa dove la preghiera fatica a trovare spazio. Quando la comodità logistica prevale sulla teologia, la Chiesa smette di essere “luogo di sacramento” e diventa “fornitrice di cerimonie”.

Se una parrocchia ha, in media, 60-80 bambini che si preparano al sacramento perché non avere il coraggio di una proposta diversa del concentrarli tra maggio e giugno?

Una proposta: meno “evento”, più comunità, la “liturgia del tempo lento”

Immaginiamo di spezzare questa deriva! Perché non avere il coraggio di rompere gli schemi? Immaginiamo di distribuire questi 60 bambini durante tutto l’anno, partendo da settembre fino a maggio. Due o tre bambini ogni domenica.

  • Dalla “festa evento” alla “festa di comunità”: Inserire i bambini nelle messe domenicali ordinarie permetterebbe alla parrocchia di accoglierli davvero. Non più estranei che invadono la chiesa una volta l’anno, ma volti noti che crescono insieme alla comunità.
  • Un percorso “soft”: Spalmare le comunioni significherebbe ridurre la tensione del “grande giorno”. La preparazione diventerebbe un cammino costante, meno ansioso, più profondo, permettendo ai bambini (e alle famiglie) di assaporare il valore del sacramento domenica dopo domenica.
  • La formazione oltre la data: Quanto ci preoccupiamo del percorso, rispetto alla “giornata”? Spesso l’attenzione si concentra sulla settimana precedente, sulla vestizione, sulla festa. Ma cosa resta durante l’anno? Quanto investiamo davvero nella formazione dei catechisti, mandandoli a studiare, a crescere, a vivere il loro mandato con competenza teologica e pedagogica?
  • Il Sacramento al centro, non il pranzo: Se la celebrazione tornasse a essere un atto di fede vissuto in un tempo “non comodo”, dove il rito ha la priorità sulla logistica, forse anche il comportamento degli invitati cambierebbe. Quando il clima è di preghiera, il chiacchiericcio muore naturalmente.

Una sfida per il futuro

La sfida è riportare il sacramento al centro della vita della parrocchia. Non si tratta di eliminare le feste – il banchetto è segno di comunione – ma di non permettere che il banchetto diventi l’unico fine.

La Chiesa ha il compito di educare, non di accontentare. Se trasformiamo la preparazione alla prima comunione in un percorso serio, comunitario e meno dipendente dalle esigenze dei ristoranti, restituiremo a questo giorno il suo sapore originale: quello di un incontro che cambia la vita.

Non è forse ora di smettere di misurare il successo di una prima comunione dal numero di invitati o dalla riuscita del rinfresco, e iniziare a misurarlo dalla consapevolezza di quei bambini nel momento in cui dicono, per la prima volta, “Amen” al Corpo di Cristo?

La “pedagogia del rito”.

Spesso i genitori non sanno come comportarsi perché nessuno glielo spiega davvero, o perché il contesto parrocchiale comunica involontariamente che “è solo una festa per il bambino“.

“Siamo pronti, come parrocchia, a essere meno ‘agenzia di servizi’ e più ‘popolo di Dio’, anche a costo di scontentare qualcuno che cerca solo la cornice per un album di fotografie e che è affezionato alle logiche del passato?”

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