Il primo incontro di catechismo: quattro chiavi per il paradiso

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Diario di bordo di una catechista

Un tempo mi affidavano otto, dieci bambini. A volte, per via di qualche febbre o imprevisto, ne restavano “solo quattro”. Quest’anno, invece, me ne sono stati affidati proprio quattro. Quattro benedetti bambini. Quattro angeli. E in quel primo incontro erano lì: presenti, attenti, curiosi. Ognuno prezioso. Ognuno ascoltava come se fosse la prima volta che sentiva parlare di Dio.

Guardare chi si ha davanti

Nel catechismo, la prima regola non scritta è semplice e profonda: guarda chi hai davanti. Non partire da un programma, ma da un volto. Da un cuore. Da un tempo liturgico, certo, ma anche da un tempo umano.

Quando ho iniziato a fare la catechista, preparavo gli argomenti con largo anticipo, seguendo un filone preciso. Oggi, invece, credo sempre più che il catechismo debba essere un esercizio di ascolto. Un cammino in sintonia con chi ci sta di fronte. Anche i contenuti devono nascere da lì, da quel dialogo profetico che Dio stesso ci insegna.

Ricominciare dalla A-B-C della fede

Per il primo incontro ho scelto di ripartire dalle basi. Da ciò che spesso diamo per scontato: il segno della croce. Un gesto che i bambini conoscono, ma che raramente spieghiamo davvero. Cos’è? Quando si fa? Perché?

Ho detto loro che il segno della croce è una chiave. Una chiave per il paradiso. È come dire: “Padre, Figlio, Spirito Santo, voglio stare con Te, Signore”. E allora ho chiesto: qual è il posto più bello che avete mai visto? Poi: immaginate che esista un luogo ancora più bello, che si chiama paradiso. Ecco, il segno della croce è la chiave per entrarvi.

Abbiamo fatto un’attività: su un foglio colorato hanno scritto in grande “Segno della Croce”. Sotto, hanno incollato una formina a forma di chiave. E ancora più sotto, la parola “Paradiso”. Così, ogni volta che faranno il segno della croce, ricorderanno che stanno aprendo una porta. Una porta d’amore.

Pregare è parlare con un amico

Abbiamo poi parlato della preghiera. Ho chiesto: “Secondo voi, cosa significa pregare?” Qualcuno ha risposto: “Sperare”. Allora ho domandato: “Avete amici?” Tutti hanno risposto con entusiasmo: “Sì, ne ho uno!”, “Io ne ho due!”. Ho chiesto cosa fanno quando sono con i loro amici. Tutti hanno detto: “Parliamo”.

Ecco, ho detto loro: “Cominciate a considerare Gesù come il migliore amico che possiate avere. Uno a cui potete dire tutto. Uno che vi ascolta e vi aiuta, anche nelle cose difficili”. Pregare è coltivare un’amicizia con Dio. Come si parla con gli amici, così possiamo parlare con Lui. È l’amico che non ci lascia mai, dal mattino alla sera, anche quando dormiamo.

Ritrovare il Vangelo

Gesù stesso ci ha insegnato il valore del pregare sempre. Facendo riferimento alla Liturgia, ho insegnato loro a trovare un passo nel Vangelo. Una cosa che io ho imparato da adulta. Abbiamo parlato dei quattro evangelisti, dei capitoli e dei versetti. Insieme abbiamo trovato il passo di Luca 18, 1-8: la parabola del giudice disonesto e della vedova, che sarà proclamata proprio domenica prossima.

Ho spiegato che quella parola, scritta quasi duemila anni fa, è ancora viva. È profetica. Parla alla nostra vita. E domenica 19 ottobre 2025, quella stessa parola sarà letta in tutte le chiese del mondo: a San Salvo, a Roma, a Gerusalemme. È il segno dell’universalità della Chiesa. Gesù ci ha insegnato a pregare. E ci ha detto: “Pregate sempre”.

Il Padre Nostro, parola per parola

Volevo insegnare loro il Padre Nostro. Ma non come una formula da memorizzare. Come un dialogo. Una preghiera che Gesù stesso ci ha donato. Ogni parola ha un peso, un sapore. Così l’abbiamo scandita e scritta, parola per parola e facendo associare a ogni parola un disegno. Sul quaderno, ogni bambino scriveva una parola e accanto un disegno.

“Padre”: un cuore con un omino stilizzato. “Nostro”: fratelli che si tengono per mano. E così via. Un bambino ha raccontato di un suo amico che ha perso recentemente il papà. E quella parola, “Padre”, è diventata ancora più preziosa.

E allora ho detto: “Stasera, quando tornate a casa, ringraziate Dio per i vostri papà. E benedite loro la fronte”.

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