Forma e sostanza: una riflessione davanti al Santissimo
C’è una piccola cappella, dentro l’ospedale. Un luogo silenzioso, quasi nascosto, dove il tempo sembra rallentare. La tradizione vuole che una lampada accesa davanti al tabernacolo indichi la Presenza reale di Cristo, e questo segno conserva un significato profondo.
In quella cappella, però, il tabernacolo è illuminato da una luce tenue e continua, e accanto brilla un semplice lumino a led: non la fiammella viva di una candela, ma un piccolo punto luminoso alimentato da una batteria.
Molti, davanti a quel lumino artificiale, storcono il naso. “Davanti al Santissimo ci vuole una candela vera”, dicono. Una fiamma viva, non un surrogato. Una forma più “degna”, più “bella”, più “tradizionale”.
Eppure, basta fermarsi qualche minuto in quella cappella per accorgersi che la forma non è tutto. Medici, infermieri, operatori sanitari, parenti in ansia, persone provate dalla malattia o dalla stanchezza: entrano, si fermano, si segnano, affidano. Non guardano il tipo di luce. Forse nemmeno lo sanno. Sanno solo che Lui è lì.
E davanti a quella Presenza viva, la forma si dissolve. Resta la sostanza.
Come non giudichiamo una persona dall’abito, così non possiamo soffermarci sul contorno. La luce può essere una candela, una lampadina, un led: non cambia la Presenza. Cambia solo il nostro modo di guardare.
A volte proiettiamo su Dio le nostre idee di bello, di giusto, di “come si deve fare”. Ma Dio non è prigioniero delle nostre estetiche. È il Re della storia, e cammina nel nostro tempo: ieri la cera, oggi il led, domani chissà. La sua luce non dipende dalla luce divina.
In quella cappella, ogni giorno, qualcuno affida un dolore, un turno difficile, un paziente grave, un figlio lontano, un incontro casuale. E Gesù accoglie tutto, senza chiedere se la lampada è a olio o a batteria.
Perché non è la forma che salva. È la sostanza. È Lui.
