fiaccolata

“Fiaccole a metà: quando la pace è parziale e il dolore ha un passaporto”

San Salvo, 1 luglio 2025, centinaia di persone hanno attraversato in silenzio le strade del centro, fiaccole accese in mano, in solidarietà con la popolazione di Gaza. Una manifestazione intensa, toccante, promossa da realtà della sinistra e da associazioni per i diritti umani. Ma accanto all’emozione sincera di molti partecipanti, riaffiora una domanda scomoda: perché alcune guerre indignano e altre restano invisibili?

Secondo una recente analisi geopolitica (leggi), nel mondo sono attivi 56 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale. Ecco alcuni dei principali:

  • Ucraina: la guerra con la Russia prosegue da oltre tre anni, con assedi e bombardamenti continui.
  • Striscia di Gaza: il conflitto tra Israele e Hamas ha causato migliaia di vittime civili, con accuse di crimini di guerra.
  • Iran e Israele: tensioni crescenti e raid incrociati, con il rischio di un’escalation regionale.
  • Yemen: guerra civile con coinvolgimento di potenze regionali, in particolare Arabia Saudita e Iran.
  • Myanmar: repressione militare e guerra civile dopo il colpo di stato del 2021.
  • Etiopia (Tigray): nonostante un cessate il fuoco, la situazione resta instabile.
  • Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger): insurrezioni jihadiste e colpi di stato militari.
  • Messico: violenza armata legata al narcotraffico, con caratteristiche da conflitto interno
L’indignazione selettiva

Dall’Ucraina allo Yemen, dal Sudan al Myanmar, il mondo brucia in decine di conflitti armati. Eppure, l’attenzione dell’opinione pubblica – e della politica – si concentra spesso solo su alcune di esse. Le guerre diventano, talvolta, strumenti simbolici, bandiere identitarie, prove di appartenenza ideologica.

Quando la condanna di un conflitto dipende da chi lo combatte, dalla bandiera che sventola o dalla convenienza geopolitica, si tradisce la stessa idea di umanità.

La guerra come strumentalizzazione politica

Da più parti, il conflitto viene usato per:

  • interessi economici di chi lucra sulla produzione e commercializzazione delle armi
  • Legittimare posizioni politiche interne;
  • Seminare divisioni tra “buoni” e “cattivi”;
  • Strumentalizzare la sofferenza per rafforzare identità di partito o visioni del mondo.

Il risultato? Un’omertà morale verso certi crimini e un rumore assordante verso altri.

Un principio universale? Nessuna guerra è giusta

Non esistono “bombe democratiche” o “invasioni umanitarie”. Esistono solo uomini, donne e bambini che muoiono. Il diritto internazionale dovrebbe valere sempre, non a intermittenza e in base al luogo dove c’è la guerra.

Ogni conflitto – da chiunque e in qualsiasi luogo combattuto – che calpesta i civili e semina odio è un delitto contro l’umanità.

Pace senza partito

Chi manifesta per Gaza, per l’Ucraina, per il Congo o per il Kurdistan non dovrebbe essere incasellato politicamente.

La pace non ha colore, non ha nazionalità. O si condanna ogni crimine, o si accetta l’ipocrisia.

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