Dio passa attraverso la familiarità e la quotidianità: presenza dell’infinito nel finito

(Commento al Vangelo di don Gianluca Bracalante)

Il Vangelo di domenica scorsa, ci ha ricordato che ogni uomo – di fronte al dolore inguaribile (emorroissa) e al dolore-grido contro natura (la morte della figlia di Giairo) –  può restare in piedi solo se trasfigurato dalla fede. È la fede la sola cosa che salva e che permette a Dio di operare in noi.  La fede è la chiave per aprire il cuore dell’Eterno per il dialogo con la sua creatura. 

La pericope di questa domenica, invece, ci dice cosa “blocca” la profezia, l’opera di Dio in noi e cioè la mancanza di fede, l’incredulità.  L’inferno di Dio è la libertà dell’uomo, perché lì dove l’uomo rifiuta la domanda su Dio, L’Eterno vive il dramma dell’amore perduto.  

Ma che cosa scandalizza gli abitanti di Nazareth, tanto da dover scagliare la pietra del pregiudizio contro Gesù? Sono sconvolti dall’Umanità di Dio, disorientati dalla laicità della Buona Notizia (Vangelo) di questo “carpentiere” e cioè dell’inviolabilità della coscienza della persona e proprio per questo viene prima della legge, che il sabato è stato fatto per l’uomo e non viceversa, che Dio non gode affatto della morte del peccatore, ma anzi è il Padre che non esibisce giudizi di condanna ma attende il ritorno a casa del peggiore per amarlo nel perdono. Sì il Dio di Gesù Cristo passa attraverso la familiarità, il lavoro onesto del quotidiano, è la presenza del tutto nel frammento, dell’infinito nel finito. Il luogo per incontrarlo non è più il tempio ma il cuore dell’uomo: “l’agorà” degli incroci umani. Di questo Dio, gli abitanti di Nazareth non ne vogliono sapere. Ma Gesù  seppur con la “spina nella carne” del fallimento, del blocco totale non demorde, continua ad annunciare questo incontro di salvezza.

 Siamo così sicuri di essere distanti dal modo di ragionare dei paesani di Gesù? 

La Chiesa brucia perché non è più profetica, si è arenata illudendosi di vivere di rendita. Facciamo fatica ad entrare dentro la logica che le chiese passano con i lori modelli ma la Chiesa resta. Abbiamo ancora bisogno di grandi profeti come Rosa Parks, Nelson Mandela, Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Lutero, don Primo Mazzolari, don Milani e tanti altri che hanno iniziato il “non ancora” del futuro nel “già” del presente. 

In questa domenica chiediamo allo Spirito di non chiuderci allo stupore della Profezia ma di aprirci ad essa per vivere ed annunciare la Speranza. Per saper riscrivere, dopo l’esperienza drammatica del Covid-19, il tempo e lo spazio per una Chiesa credibile capace di lasciare ciò che non le appartiene e la rallenta, di cui non ha bisogno e che la rende atea agli occhi del mondo.

Abbiamo bisogno di una Chiesa, come affermava Ratzinger,  che rimetta la Fede al centro della propria esperienza.

“Manda ancora profeti, uomini certi di Dio, uomini dal cuore in fiamme, e Tu a parlare dai loro roveti” (Turoldo).

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